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Gatti, Roberto, Il chiaroscuro del mondo. Il problema del male tra moderno e post-moderno
Roma, Studium, 2002, pp. XII+160, Euro 17,00, ISBN 88-382-3890-1

Recensione di Paolo Farina - 28/07/2003

Filosofia politica (liberalismo), Storia della filosofia (moderna)

Indice - L'autore - links

Il saggio di Roberto Gatti intende assumere l'invito rivolto anni fa da Luigi Pareyson (cfr. p.1) agli studiosi di filosofia affinché tornassero a farsi carico della meditazione sull'abisso del male, sia nel suo manifestarsi in senso lato, sia, in particolare, nel suo apparire nell'ordine della politica.

In sintesi, sembra questa la tesi di fondo del testo: l'antico duplice ma inscindibile interrogativo, quid et unde malum?, sembra aver smarrito il suo nesso nella modernità, tutta tesa a non pensare più il 'male in sé', ma semplicemente a tentare di ridurne le manifestazioni in ambito sociale, con una conseguente crescente dismissione della responsabilità politica di fronte alla presenza del male nel mondo. A fronte di questa situazione, l'Autore nella prima parte (pp.1-80) indaga sul pensiero di alcune figure della modernità (Pascal, Rousseau, Voltaire), per ricercare l'origine di tale scissione, mentre nella seconda parte (pp.81-141) si sofferma criticamente sul paradigma liberale, orientato esclusivamente a forme di riduzione del male socialmente evitabile e a negare l'incidenza dell'idea del bene in politica, per tornare a sua volta a proporre l'attualità di una riflessione sistematica sul male, così come è, tra gli altri, propugnato dal modello comunitarista.

Per quanto riguarda la prima parte, colpisce il fatto che l'Autore, oltre a presentare in estrema sintesi, ma sempre con chiarezza di linguaggio e puntualità di affermazioni, il sistema di pensiero di ciascun pensatore, tenda anche a rivalutare e talvolta a leggere in modo originale aspetti meno noti dei medesimi, in grado anche, è il caso di Rousseau, di ribaltare l'abituale classificazione del filosofo in oggetto.

Così Pascal, degno avversario della filosofia dei lumi, secondo la definizione che Gatti mutua da Cassirer (p.3), non solo è colui che demistifica la politica sulla base di una visione tragica dell'uomo, ma, convinto che le relazioni umane siano sotto il segno dell'ordine della concupiscenza e che questo instauri un ordine dell'apparenza, in cui i vizi prendono il sembiante di virtù sociali e l'amor proprio è contemperato dal solo timore della morte, appare alla fine più disincantato del 'realista' Hobbes e di tanti altri 'illuminati': per Pascal il credente 'sa'che l'ordine della convivenza è retto dalla libido sentiendi, sciendi, dominandi, sa che la scissione tra politica e giustizia, fede e politica, fede e storia, è insanabile. Il credente lo sa anche solo in interiore nomine e ciò nonostante, e questo è l'aspetto tragico, obbedisce all'ordine apparente, come al solo possibile in questo mondo al di qua e al di fuori della Rivelazione.

La lettura che Gatti conduce di Rousseau è addirittura rivoluzionaria: citato ancora Cassirer (pp.35-36) che, insieme ad altri, ritiene di individuare nell'autore dell'Emile una sorta di messianismo politico, il nostro Autore giunge a definire Rousseau philosophe du malheur. La prima lettura si fonda su una serie di tesi note, così riassumibili: l'origine del male non è nell'uomo singolo, ma nella società umana; di conseguenza, il male ha carattere 'esterno' all'uomo e come tale è debellabile; ne deriva una enfatizzazione della 'bontà naturale' dell'uomo e il primato della politica su ogni altra realtà umana; la politica è infatti capace di donare una salvezza intramondana non solo materiale, ma anche morale e spirituale, svolgendo una autentica funzione soteriologica. Gatti, a sua volta, a partire da una lettura attenta di una serie di testi di Rousseau (cfr. pp.39-40) ritiene che non la 'novità', ma l'ambivalenza sia la nota dominante del pensiero del filosofo, non solo per il suo insistere sulla faiblesse umana, ma anche per la sua convinzione che la finitudine della politica comporti un vero e proprio 'scacco' sul piano della storia, nonché per la rigorosa critica ad ogni perfettismo: "Gli esseri perfetti non sono nel mondo"(ROUSSEAU, Le Confessioni, cit. a p.42). Un 'pensiero tragico' sembra, in definitiva, accomunare Rousseau più a Pascal che a Voltaire e su questa ipotesi Gatti si profonde in un rigoroso confronto (cfr. pp.44-45 e 52-59).

Quanto a Voltaire, è proprio in lui che Gatti individua il vero punto di rottura tra modernità e post-modernità. È in lui, infatti, che si difende sul piano teoretico la rimozione della domanda sulla natura e sull'origine del male. Che questo avvenga con un ottimismo di matrice leibniziana, prima del famigerato terremoto di Lisbona, o nel più crudo disincanto del Candide, dopo il terremoto medesimo, poco importa. Quel che conta è che alla fine il teologo/filosofo Pangloss sia, per l'appunto, 'tutto parole', come suggerisce la stessa etimologia del suo nome, laddove l'empirismo di chi non si sta a interrogare inutilmente sull'enigma dell'uomo bada più ai 'fatti'(cfr. p.62): in definitiva non sono i complicati ragionamenti di Pangloss, ma il motto "lavoriamo senza discutere" di Martino (cfr. p.66) a far sì che "il poderetto fruttò assai" (cfr. ibidem). Cristianesimo e razionalismo versano così entrambi sotto i colpi dell'empirismo volteriano per il quale tanto le religioni che le filosofie, semplicemente, 'non interessano'.

Due fondamentalmente le osservazioni di Gatti su questo punto. La prima: la posizione empirista costringe a non pensare, sempre e comunque, il problema del male. Domanda: è questo possibile sempre, anche davanti allo scandalo, anche, ad esempio, davanti all'11 settembre? La seconda: rinunciare a pensare il male significa lasciare la politica senza orientamento davanti all'apparire del male storico, per esempio della ingiusta distribuzione delle ricchezze sulla Terra, e far sì, come dice Popper, che i nodi problematici siano affrontati solo dai poeti e dai profeti, non dai filosofi (che dire poi dei teologi?).

È in particolare da questa seconda osservazione che muove la critica al paradigma liberale sulla quale l'Autore si diffonde in modo direi accorato. Presentati tesi e autori liberali, Gatti tiene infatti a ribadire che, stando al loro modello: "Il male - non solo nella forma dell'ingiustizia sociale relativa alla disuguale distribuzione delle risorse collettive, ma anche nella forma del male morale - fuoriesce [...] dall'orizzonte della politica e l'ambito dei problemi concernenti il profilo e i contenuti etici dell'esperienza individuale e collettiva e finisce per essere definito dal suo costituirsi quale ambito essenzialmente impolitico"(p.113).

È quanto accade nella società post-moderna, tutta chiusa nell'arcigna difesa della libertà individuale, tesa a negare qualsiasi idea di bene che possa limitare tale libertà assoluta e di fatto cieca responsabile della morte non solo dell'idea di bene comune, fondamento di ogni società, ma anche della solitudine solipsistica in cui l'uomo contemporaneo è caduto, ammalato di onnipotenza e angosciato che tale ambita totipotenzialità sia in realtà troppo spesso solo un guscio vuoto, un contenitore senza contenuto. La critica del paradigma liberale giunge qui a sostenere che il 'male assoluto' in politica sia proprio effetto della estromissione dell'etica della politica in nome della difesa tutela della 'privacy' dell'individuo - e gli esempi storici, anche recenti, in questo campo di sicuro non difettano.

Di contro, Gatti individua nel comunitarismo, in particolare nelle tesi di Taylor, una possibile via di uscita (o di ritorno?) dalla situazione attuale. In tale modello, non esiste io senza noi, non si dà bene personale, senza bene comune e l'essere sociale dell'uomo è dato di partenza, non già di arrivo: "Una concezione sociale dell'uomo è una concezione secondo cui un'essenziale condizione costitutiva del ricercare il bene umano è legata all'essere in società [...], in quanto ciò che l'uomo trae dalla società non è un qualche ausilio per realizzare il suo bene, ma la stessa possibilità di essere un attore che cerca quel bene"(C. TAYLOR, La natura e la portata della giustizia distributiva, cit. a p.118). In definitiva: "[...] la sfida comunitarista è la richiesta di una responsabilità più estesa in ogni aspetto dell'esperienza personale e della vita sociale. Ciò richiede una dottrina che si basi sugli elementi di continuità fra responsabilità personale e sociale, integrità personale e sociale, giudizio individuale e collettivo"(P. SELZNICK, Il compito incompiuto di Dworkin, cit. a p.132).

Verrebbe da aggiungere, quasi come in una positiva chiosa finale: proprio quella dottrina che, tra moderno e post-moderno, è andata via via smarrendosi, il cui ritorno il citato appello di Pareyson sollecitava e che il lavoro di Gatti tenta lodevolmente di favorire.

Un'ultima osservazione: colpisce favorevolmente il ringraziamento che l'Autore, a fine premessa, rivolge a quanti sono intervenuti nel Forum dello Swif, sul tema che è oggetto del libro. Il bene, la giustizia, la verità si danno insieme ed in comune e il comunitarismo è un modello da vivere, prima che da teorizzare.

torna all'inizioIndice

Premessa
I. L'ordine politico e il problema del male. Figure della modernità: Pascal, Rousseau, Voltaire. 1. Premessa. 2. Pascal: il "chiaroscuro del mondo". 3. Rousseau, "philosophe du malheur". Voltaire: il male e l'esilio della filosofia. 5. Per una sintesi.
II. Sul male socialmente evitabile: il paradigma liberale tra moderno e post-moderno. 1. Il potere e il "demoniaco". 2. Sulla genealogia del "male assoluto" in politica. 3. A proposito del male socialmente evitabile: il liberalismo e i limiti della politica.
In luogo di una conclusione: dialogo sulla politica e il male.
Indice dei nomi di persona.

torna all'inizioL'autore

Roberto Gatti insegna Filosofia politica nell'Università di Perugia. Ha svolto ricerche in tre ambiti tematici: le origini della teoria democratica moderna (Natura umana e artificio politico. Saggio su Rousseau, Porziuncola, Assisi 1988; Una fragile libertà. Esercizio di lettura su Rousseau, E.S.I., Napoli 2001); il problema della democrazia nella filosofia politica del Novecento (Pensare la democrazia. Itinerari del pensiero contemporaneo, A.V.E., Roma 1989; Democrazia, ragione e verità, Massimo, Milano 1995 [ed.]; Democrazia in transizione, Edizioni Lavoro, Roma 1997); la questione del totalitarismo come manifestazione del "male assoluto" in politica (L'enigma del male. Una interpretazione di Rousseau, Studium, Roma 1997; Il "male politico". La riflessione sul totalitarismo nella filosofia del '900, Città Nuova, Roma 2000 [ed.]).

torna all'inizioLinks

http://digilander.libero.it/robgatti/ : è il sito di Roberto Gatti presso l'Università di Perugia.

http://www.usc.urbe.it/fil/fil_ciclo2_corsi.htm : il sito è promosso dalla Facoltà di Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce-Roma e contiene indicazione su una serie di corsi filosofici attinenti tematiche quali i sensi dell'essere, l'autotrascendenza della persona e il senso del dolore, il valore della scienza in Popper e Kuhn, il pensiero ideologico nel XIX e XX secolo.

http://www.il-margine.it/archivio/2001/c10.htm : saggio sul male in politica di Paolo Marangon. Il sito è ricco di ulteriori riferimenti al tema.

http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/l_liberalismo.htm : saggio sul liberalismo di Marco Invernizzi. È annessa bibliografia.

http://www.bu.edu/wcp/Papers/TEth/TEthMace.htm : sito in spagnolo sulla possibilità di conciliare liberalismo e comunitarismo

http://web.inter.nl.net/users/Paul.Treanor/rawls.html : sito in inglese sulla Teoria della giustizia di John Rawls.

http://www.kent.ac.uk/politics/research/charlestaylorbib/index.html: sito bibliografico su C. Taylor.

http://bfp.sp.unipi.it/rec/pariotti.htm : recensione di M. C. Pievatolo ad un saggio di Elena Pariotti su C. Taylor.

http://bfp.sp.unipi.it/rec/taylor.htm : recensione di P. Meozzi ad un saggio di Antonio Allegra su C. Taylor.

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