Filosofia della scienza (computer), Filosofia teoretica (filosofia della tecnica) (tempo), Sociologia (comunicazione) (tecnica)
In una conferenza dal significativo titolo L'arte e lo spazio, Heidegger comprende lo spazio come Urphänomen e afferma: "Dietro lo spazio, a quanto pare, non vi è nulla cui esso possa essere ricondotto" (L'arte e lo spazio, Genova 1979, p. 23). Qui trova espressione tutta la sostanza di una svolta: dal tempo allo spazio. Gianni Vattimo, introducendo l'edizione italiana del testo, riconosce: "Tutto il discorso heideggeriano, in questo come in altri saggi tardi, è intessuto di metafore spaziali che, forse, non sono semplici metafore" (p. 11). Mario Perniola, in anni ancor più recenti, esplicita questa svolta del pensiero occidentale. Il "passaggio dal primato della temporalità a quello della spazialità è avvenuto nella riflessione filosofica, nella quale le nozioni di presenza spaziale, di apertura e di rete, hanno portato a una topologia ontologica, orientata ad assegnare alla tecnica un riconoscimento e un apprezzamento ben più grandi di quello che ad essa offrivano le filosofie spiritualistiche [...]. Il passaggio da un orizzonte di scarsità, di precarietà e di rarità dell'esperienza, legato all'inesorabile scorrere del tempo, a un orizzonte di disponibilità, di fruibilità immediata, aperto dalla possibilità di accedere senza attese a un'offerta spaziale sempre virtualmente presente" (Il sex appeal dell'inorganico, Torino 1994, p. 86).
Questa svolta ontologica, e il conseguente riconoscimento della tecnica, sono "il" centro de La conquista del tempo. Concentrando l'attenzione su questo punto, tratteremo solo brevemente le molte altre questioni che emergono da un volume forte di voci provenienti da diversi campi disciplinari: dalla mediologia alla sociologia, dall'economia alla medicina, dall'architettura allo politologia, dall'arte alla fisica.
Proviamo a rintracciare la svolta ontologica, la sua influenza non espressa direttamente da una voce filosofica, in due saggi: quello di Derrick de Kerckhove, che apre il volume, e quello di Maria Luisa Palumbo, critico di architettura, assai vicino alla prospettiva del curatore. Il primo inizia da una riflessione sull'undici settembre 2001. Nel tempo intercorso fra il crollo delle due torri, grazie al live televisivo, si è verificato un riconoscimento collettivo di un cambiamento psicologico irreversibile, legato in primo luogo alla diversa percezione dello spazio-tempo. Questo cambio di scala, questa nuova globalità, questa diversa percezione del tempo, è stato indotto dagli scenari mediali. De Kerckhove ripercorre la vicenda della percezione del tempo in relazione alle diverse tecnologie dell'Occidente. Prima l'alfabeto, con la sua prospettiva, e ora i media elettronici, con la loro realt à virtuale. L'alfabeto, dai greci in poi, ha determinato la separazione dello spazio dal tempo e ciò, attraverso la prospettiva, figlia dello stesso alfabeto, "ha trasformato la nostra percezione del tempo da un'entità simultanea e completamente avvolgente a una sequenza storica lineare che è generalmente irreversibile e tendenzialmente causale" (p. 23). Con i media elettronici, possiamo conquistare il tempo, la simultaneità: " Per la prima volta ora possiamo realmente creare il tempo e controllarlo, nello stesso modo in cui abbiamo gradualmente imparato a organizzare e controllare lo spazio" (p. 21). Ciò è possibile perché i media elettronici, attraverso l'accelerazione, la concentrazione e la frammentazione infinitesimale, creano un "tempo reale": "Il 3-D, la Realtà Virtuale, il cyberspazio e altri sistemi interattivi [prodotti del "tempo reale", n.d.r.] stanno in diretta contrapposizione con il mondo della prospettiva. Mentre la prospettiva espelle lo spettatore dall'oggetto della visione, il 3-D ospita lo spettatore all'interno della scena" (p. 23). Così lo spettatore tocca lo spazio che lo ospita: la mano della mente. La svolta ontologica porta a pensare il tempo attraverso una metafora spaziale, che forse non è solo una metafora: "Il tempo stesso potrebbe essere pe rcettibile per mezzo del tatto. Oggi, è diventato possibile percepire il tempo come una vasta, simultanea sospensione di tutto ciò che ci è possibile sapere e sentire, con strati flessibili ma compatti, punti, spazi, continuità e discontinuit à: un'entità che è viva come è viva la memoria. Questa "prospettiva" non ha alcun punto di fuga. È una superficie, una pelle, una iper-superficie come stanno suggerendo i New Architects -Stephen Perella, Brian Massumi, Marcos Novak, Lars Spuybroek - e un crescente numero di pensatori dell'architettura e del design. Il nuovo senso del tempo può consistere di pressioni, texturee di movimenti all'argento vivo catturati in una totale stabilità" (p. 26). La svolta ontologica però è possibile solo in virtù di una diversa comprensione dello spazio. Tale comprensione è propria di McLuhan e, attraverso di lui, di de Kerckhove: "Lo spazio del mondo governato dall'elettricità non è neutrale come quello del teatro. È pieno di radiazioni e vibrazioni (a volte con inquinamento, miasm i e contagio), con odori e presenze e confini fluidi e mutevoli" (p. 26). Uno spazio artificiale quindi, come quello progettato dai New Architects, in particolare da quelli tra loro che hanno avuto come humusdi ispirazione, formazione, realizzazione, l'artificialità del territorio olandese o la fluttuazione delle metropoli asiatiche. Da qui viene il virus.
Palumbo, sulla base di questa comprensione dello spazio come campo attivo, reattivo e a noi sensibile, descrive la webness - termine utilizzato dallo stesso de Kerckhove nel suo precedente L'architettura dell'intelligenza (Torino 2001) - come "l'esperienza quotidiana di questa esistenza campo sensibile, ovvero è l'esperienza quotidiana della nuova sensibile interconnessione tra spazio e tempo, tra spazio virtuale e tempo reale [...], dove spazio, corpi e cose tendono a confondersi in un'unica entità non astrattamente interrelata ma concretamente in grado di interagire" (pp. 130-131). Ritornano in mente le argomentazioni sul sex-appeal dell'inorganico. La nuova sensibilità elettronica produce uno spazio virtuale liquido, come teorizzato da Marcos Novak: "Quasi che il paesaggio si liquefacesse acquistando una capacità autonoma di palpitare e di pulsare. È stato detto perciò che il cyberspace crea un'architettura liquida. Nella misura in cui l'utente viene trasformato in un cybernauta che naviga nella realtà virtuale, egli impara a percepire il proprio corpo reale come una cosa senziente non essenzialmente diversa dai paesaggi quasi senzienti delle architetture elettroniche" (Perniola, cit., p. 116). Tra le pieghe della svolta ontologica è nato il cibernauta, ora lo troviamo alla conquista del suo cibertempo. Pensare, come fa de Kerckhove, il cibertempo a partire dalla sensorialità ciberspaziale, significa indicare la novità radicale rispetto al tempo del moderno, al tempo frazionato e frazionante dell'orologio. Ma se il cibernauta esperisce questo nuovo tempo, lo conquista nel senso che riesce a fruire della disponibilità ciberspaziale senza il pegno di una crisi dell'attenzione. Il cibertempo che de Kerckhove fa toccare procede per salti, permette-richiede la distrazione come strategia cognitiva, esalta le possibilità nomadiche dell'homo technologicus , che proprio in virtù di questa conquista tattile del tempo si riconosce come partecipans.
Il nuovo soggetto partecipa di una "democrazia connettiva", secondo la definizione che Vincenzo Vita fornisce sulla scorta del concetto di intelligenza connettiva elaborato da de Kerckhove (L 'intelligenza connettiva, Bologna 1999): "Le istituzioni "connettive" sono quelle che danno accesso alla memoria collettiva e all'intelligenza on line. Sono quelle che sanno usare la rete e si ristrutturano secondo il tempo della rete. Lo Stato può divenire comunità, assumere la simultaneità come caratteristica saliente" (p. 106). Nella rete e con la rete si possono costruire livelli democratici intermedi (forum telematici, agorà virtuali, punti aperti per l'accesso, una Camera "virtuale", un Parlamento virtuale mond iale) che sostanziano una democrazia che somiglia sempre più a un network, in cui vigono orizzontalità della decisione, multipolarità , nuove figure emergenti, dinamiche nel contempo globali e locali. La posta in gioco è una e-democracy, unico quadro possibile per lo sviluppo effettivo dell'e-government. Vita pone a base della sua riflessione il tempo nuovo della rete, quello che chiama "cybertempo", il tempo della simultaneità, dell'immediatezza. La qualcosa è assai coraggiosa in quanto tiene conto - anche se forse solo inconsapevolmente - di una mutazione del soggetto politico che ribalta i termini del problema dell'attenzione politica. Un cambio di scala temporale che permette di intravedere una soluzione al sovraccarico informativo al quale l'infosfera sembra irrimediabilmente esporci. Si può fruire della disponibilità ciberspaziale nella benjaminiana distrazione: un clic e via, conquistando così il tempo per un nuovo impegno politico.
Coraggio che manca nell'altro intervento che affronta direttamente il problema della democrazia nell'era della rete, quello della studiosa canadese Liss Jeffrey, la quale individua le prime vittime della galassia Internet nel tempo, nell'attenzione e nella memoria. Perciò "occorrono strumenti e piattaforme che proteggano gli spazi e i tempi dell'attenzione, "contro-ambienti" che servano da antidoto contro l'eccessiva smemoratezza che si genera nella corsa del tempo di Internet" (p. 94); o ancora: "Quello che bisogna inventare adesso è una serie di strumenti che ci permettano d i creare non tanto un tempo di Internet quanto piuttosto un contro-tempo di Internet, uno spazio-tempo di consapevolezza pubblica e privata" (p. 99). Queste preoccupazioni possono apparire giustificate solo non comprendendo la vera natura della rete e del suo tempo, non individuando la torsione della soggettività politica che le nuove tecnologie causano . Unicamente il soggetto alfabetico necessita di tempi dell'attenzione, di contro-ambienti, non il cibernauta: il primo individua nella rete smemoratezza, il secondo ne riconosce il carattere di nuova memoria collettiva. Sulla scorta di queste preoccupazioni, Jeffrey conclude che "il deficit di attenzione non è sostenibile ed è una minaccia estrema per una futura governance compassionevole" (p. 99). Formula quest'ultima che denuncia un impoverimento radicale della sfera politica, con il governo ridotto a pratica (pragmatica) dell'amministrazione e i diritti/doveri di cittadinanza alla categoria impolitica, se non antipolitica, della compassione.
Quale sia la vera natura del cybertempo cerca di indicarlo Joël de Rosnay. Il futurologo francese distingue tre tipi di tempo: lungo, corto e largo. Il primo è quello lineare delle sequenze temporali, frazionato in unità (settimane, ore, minuti, ecc.); il secondo "è il mezzo che abbiamo immaginato per evadere da questo [quello lungo, n.d.r.] tempo costrittivo. Si tratta di una successione di istanti, ciascuno dei quali è un flash che procura piacere. È il tempo mediatico dello zapping, del replay, del surfing che tanto piace ai giovani" (p. 31); il terzo è un tempo potenziale, un capitale che le tecnologie ci permettono di accumulare. Sulla base di quest'impianto, si possono individuare disuguaglianze temporali e conseguenti tendenze al "cronocentrismo".
Jean Matricon, fisico parigino, si sofferma sull'analisi degli strumenti di misurazione del tempo: dalla clessidra all'uso dell'atomo negli attuali orologi, alla ricerca di una sempre maggiore precisione. Maria-Therese Hoppe mostra come il potere sia sempre stato appannaggio dei gruppi sociali capaci di gestire il tempo, la sua segmentazione, la sua misurazione. Vengono distinti a tale proposito cinque tipi di società: agricola, mercantile, industriale, dell'informazione e del sogno. Quest 'ultima basata sul tempo delle emozioni. Tale tipologia è costruita sulla base del rapporto tempo-tecnologia-lavoro. Albert Bressand e Catherine Distler, esperti di economia, affrontano la problematica del tempo in relazione alle modalità organizzative dell'impresa: avvertono che il tempo reale che struttura un'economia del just-in-time non può bastare all'impresa, la quale ha bisogno di sviluppare con i propri partner relazioni durevoli e di contare sugli investimenti a lungo termine. Maurice Benayoun, artista frances e di installazioni multimediali, propone la sua visione dell'arte e del ruolo dell'artista: l'opera è del tutto sensibile alla presenza del fruitore, "è la traccia significante del suo passaggio" (p. 125), una traccia che quindi deve sempre mutare, divenire altro. All'artista spetta il compito di creare la possibilità, lo scenario di questo divenire dell'opera. Luigi Vescovi, medico dell'Ospedale San Raffaele di Milano, propone una lettura chiara, anche per i profani, dello sviluppo della ricerca sulle cellule staminali. Jérôme Bindé, dirigente dell'Unesco, in un saggio già noto al lettore italiano per essere apparso su Le Monde Diplomatique, parte dalla constatazione del passaggio dal tempo delle certezze a quello delle incertezze, avvenuto a causa della contrazione della pluralità delle culture e dei tempi nell'istante presente, per riflettere sulle conseguenze di ciò per la definizione del lavoro e sulla necessità di un'etica del futuro.
La conquista del tempo di Derrick de Kerckhove
Abbiamo ancora tempo? di Joël de Rosnay
Misurare il tempo: dalla clessidra all'orologio atomico di Jean Matricon
Chi possiede il tempo possiede il potere di Maria-Therese Hoppe
Il tempo dell'economia: collisione di orizzonti o coerenze negoziate? di Albert Bressand e Catherine
Distler
Tempo e democrazia on line di Liss Jeffrey
Il tempo nel governo in rete e nella pratica democratica di Vincenzo Vita
On line, life line, slittamenti dell'arte di Maurice Benayoun
Webness Time di Maria Luisa Palumbo
Cellule staminali: una porta sull'immortalità? di Luigi Vescovi
Il futuro del tempo e la nascita della complessità di Jérôme Bindé
e-What? Considerazioni irriverenti a mo' di prefazione di Giuliano Bianchi
Derrick de Kerckhove, allievo e collaboratore di Marshall McLuhan, dirige il McLuhan Program in Culture & Technology all'Università di Toronto. Fra i massimi esperti mondiali dei nuovi media digitali, è autore di The Alphabet and the Brain (1988). Fra le sue opere tradotte in italiano: La civilizzazione video-cristiana (1991), Brainframes (1993), L'intelligenza connettiva (1999), L'architettura dell'intelligenza (2001).
http://www.mcluhan.utoronto.ca/ (sito del McLuhan Program dell 'Università di Toronto).
http://www.openflows.org (sito su cui è ospitata la versione inglese di L'architettura dell 'intelligenza).