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Nancy, Jean-Luc, La città lontana.
a cura di Pierangelo Di Vittorio. Verona, Ombre Corte (Tracce, 4), 2002, pp. 75, Euro 7,23, ISBN 88-87009-25-2
[Ed. or.: La ville au loin, Paris, Mille et une nuits (Fayard), 1999]

Recensione di Marco Enrico Giacomelli – 22/02/2003

Estetica (architettura), Filosofia politica, Filosofia teoretica (spazio)

Indice - Gli autori

Los Angeles, ove l’immagine della città si sfalda: questa la cifra dei due saggi che Jean-Luc Nancy firma a dodici anni di distanza l’uno dall’altro (1987-1999), desideroso di ricostruire e decostruire un discorso sulla città. L’A. non è un architetto e tantomeno un urbanista. Ma è proprio la posizione di outsider – come ha notato recentemente Elisabeth Grosz (Architecture from the Outside. Essays on Virtual and Real Space, The MIT Press, Cambridge (MA)-London 2002) – a cogliere in maniera più efficace la non-disciplinarietà dell’urbanistica: “Siamo tutti urbanisti senza impiego, abbiamo tutti delle urbanità senza profilo” (p. 14), abitanti un agglomerato che “un giorno dimenticherà persino di chiamarsi ‘città’” (p. 45).

Alcuni motivi caratterizzano nettamente le riflessioni del filosofo di Strasburgo. In primo luogo, la deambulazione (“l’uomo abita en passant” (p. 58), tra sguardi wendersiani e straniamenti freudiani) come modalità grazie alla quale si lascia alla città “la chance e il rischio dell’insignificanza” (p. 14). In questo senso, Los Angeles è esemplare: spazio da attraversare continuamente – senza sosta né fine, senza identità e dunque, paradossalmente, “impossibile da attraversare” (p. 15). Los Angeles, speculum della Berlino postbellica: “Qui è il nesso che taglia, laggiù, lontano, è la sconnessione” (ibid.). Il discorso relativo all’attraversamento conduce lontano. Se è vero che le impasses sono solo (in) città, Los Angeles è ancora una volta anomala: priva di muri e dunque di strade, è dotata piuttosto di assi ed espacements. Le case stesse paiono rifiutare i segni del ‘costruire’: “Costruire e abitare divaricano i loro significati: si pone e ci si pone, si espone, si depone” (p. 16). Priva di centro, d’un concentratore o di una chora (per quest’ultimo concetto d’ispirazione platonica rimandiamo a Jacques Derrida, Khôra, Galilée, Paris 1993), Los Angeles è uno spazio inallocato, città senza città: un’impasse onnivora dalla quale non si esce e dove l’anomia del deserto circostante duplica quella urbana.

E tuttavia – si tratta del secondo motivo –, il desiderio stesso di centro che caratterizza le città ‘propriamente dette’ non ha forse sempre (mal)celato “una sorda violenza di frammentazione, di decentramento nel rifiuto o nell’indifferenza”? (p. 17. Si pensi alla periferia, alla banlieue, al non-luogo del bandire e del rendere etimologicamente banale). Così, e in maniera apparentemente contro-intuitiva, Los Angeles riafferma l’essenza banalizzante della città: “(...) Un non-luogo [cfr. Marc Augé, Non-lieux, Seuil, Paris 1992], un’equivalenza indefinitamente moltiplicata delle direzioni e delle circolazioni, di cui l’abitazione è solo un corollario” (p. 18). Emergono talora nefaste nostalgie nei confronti della capitale ‘borghese’, governante e commerciante, epurata dalla periferia. Ma si tratta di un ‘sogno’ duramente contrastato dai fatti: le banlieues infiltrano e contaminano l’intero tessuto urbano, scardinano il concetto stesso di quartiere: “(...) Qualsiasi tendenza o tentazione locale o localistica è travolta. Il luogo passa nell’estensione” (p. 20) e le dinamiche conflittuali non implodono nei ghetti (cfr. Mike Davis, City of Quartz. Excavating the Future in Los Angeles, Vintage Books, New York 1992). Il nodo è di fondamentale importanza e coinvolge in pieno una tra le riflessioni più interessanti di Nancy (si veda soprattutto La communauté désoeuvrée, Christian Bourgois, Paris 19902): la nostalgia della città richiama il villaggio rurale (anche heideggeriano), e ciò che “ci ossessiona è sempre un sogno d’immanenza comunitaria” (p. 24, c.m.). Al fondo della comunità sta però il partage, la (con)divisione: “La città apre luoghi, fino all’esplosione – la campagna tiene il luogo chiuso, fino al soffocamento” (ibid.) e Los Angeles è l’esempio di tale potenza d’espacement. L’abitare losangelino – se qualcosa del genere esiste – non è certo nella forma del chez-soi.

Ancora un tratto, ancora ossimori: il non-luogo ove Los Angeles riflette su di sé è il cinema. E, vista dall’alto, pare un drive-in abissale, la città come “un cielo capovolto” (p. 48): “L’immagine di Los Angeles potrebbe essere il cielo (...) Un immenso scavo a cielo aperto, che sembra anticipare la propria archeologia” (pp. 21-22). In questo modo, si coglie come Los Angeles smarrisca l’intenzionalità dei progetti architettonici, fossero pure ‘d’autore’: le abitazioni progettate da Wright, Neutra e Gehry si disperdono silenziosamente, “i disegni degli architetti e degli urbanisti (...) [vengono] trascinati oltre se stessi, sempre elusi, sviati” (p. 49. D’altronde, come scrive Peter Eisenman, “la città è certamente una condizione di eterogeneità”, Saper credere in architettura, CLEAN, Napoli 2000, p. 91).

Si accennava al deserto. Poco oltre – ma aldilà di tutto, oltre la frontiera –, la bidonville: deiezione della città, “l’inabitazione (...), la distruzione e l’espulsione divenute esse stesse parodie del luogo. (...) Il fuori-luogo eretto (...) come luogo di vita” (p. 28). Nel corso degli anni, periferie e bidonvilles tendono a congiungersi e a sfumare esasperatamente l’una nell’altra: la città “si dissolve in una conflagrazione o in un groviglio di zone, nella loro geometria variabile che sfida la geografia, che serpeggia in tutte le direzioni” (p. 35). Le zone richiamano alla memoria gli stalker descritti da Arkadi e Boris Strugatzki in Picnic sul ciglio della strada e poi ripresi da Tarkovskij nella pellicola omonima del 1979) e consacra il “ritorno dei mendicanti” (p. 36) come in una sorta di nuova tappa della foucaultiana Histoire de la folie (Gallimard, Paris 1972). Vige ormai la dissipazione delle funzioni – ma niente a che vedere con le riflessioni di Mauss e Bataille –, “il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte, o il contrario” (p. 38), ‘grazie’ anche alla proliferazione delle teletrasmissioni analogiche, digitali, satellitari. “È la città stessa che si dilata e si nebulizza, si mette in rete e si diffrange” (ibid.): dalla città tentacolare si passa alla ragnatela, alla proliferazione frattale, alla “totalità sparpagliata” (p. 39).

Questa visione consente a Nancy di criticare con fermezza l’idea di città come organismo: “Il corpo della città s’innesta su milioni di corpi singolari che esso assorbe ed espelle al tempo stesso (...) È senza vita e senza coscienza, pur non essendo né morta né intontita” (p. 41). Il moto perpetuo cittadino è destituente nei confronti di sé stesso e la città “non può chiudersi senza contraddirsi” (p. 54. Monito agli erettori di barriere più o meno visibili...). Se la città non è un organismo, non é nemmeno lo sviluppo organico della famiglia: l’intimità della dimora nulla ha a che fare con la circolazione che caratterizza la città, così come la fissità campagnola tende a rurbanizzarsi - a sintetizzare rurale e urbano. Un terzo elemento si dissocia e al contempo si consocia con la città: il centro storico diviene spettacolo offerto dalla metropoli contemporanea, secondo un movimento che paradossalmente monumentalizza decostruendo.

Allora che posto è la città? “Città è un luogo in cui ha luogo qualcosa di diverso dal luogo” (p. 45): formulazione sintetica e a prima vista criptica per dire che la ville non è tanto caratterizzata dalla località, bensì da un diritto in primo luogo commerciale. Non ha perciò fine – termine e/o scopo – ed è ‘sostanzialmente’ tecnica: gli orizzonti si moltiplicano e l’entelechia si sottrae. Si tratta, secondo un dialogo che Nancy intesse con Heidegger, dell’essenza della tecnica: “Eventi piuttosto che avventi” (p. 48). Una tale asistematicità cittadina conduce a immaginarsi il luogo urbano come una rete di rinvii privi di termine positivo, similmente alla concezione linguistica saussuriana: “Puro rapporto a sé, il cui ‘sé’ non è da nessuna parte, se non in questo rapporto, indefinitamente” (p. 49). In sintesi, si può dire che la città concatena, tramite continue mediazioni tecniche, una serie di mezzi kantianamente privi di fine: “Tecnica – che vuol dire arte –, la città si confeziona a mo’ di d’autoritratto l’immagine di un volto confuso, di un’identità sconcertata, (...) lo specchio o la statua di nient’altro che di questa stessa techné: il savoir-faire dell’assenza di fine” (p. 50).

Ciò che colpisce in questo libello di Nancy è la riuscitissima complementarietà fra proposte teorico-interpretative assai stimolanti da un lato, e uno stile di scrittura tanto apprezzabile nella sua cadenza narrativa (si vedano per esempio le pp. 36-38): “Tra la cartolina appariscente e la descrizione geosociometrica, entrambe dimentiche della città, c’è posto per un altro approccio, chiamato letteratura” (p. 53).

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Nota del curatore
PARTE PRIMA – Lontano… Los Angeles (1987)
SECONDA PARTE – La città lontana (1999)
La città al di là del luogo di Jean-Christophe Bailly
Una conversazione con Jean-Luc Nancy di Pierangelo Di Vittorio
Bibliografia di Jean-Luc Nancy

torna all'inizioGli autori

Jean-Luc Nancy (1940) insegna filosofia all’Università di Strasburgo. Tra le sue opere più recenti: À l’écoute (2002), La création du monde ou la mondialisation (2002) e La communauté affrontée (2001), editi dalla parigina Galilée; in italiano segnaliamo i recenti: Il c’è del rapporto sessuale (2001; SE, Milano 2002) e Un pensiero finito (1990; Marcos y Marcos, Milano 2002).

Jean-Christophe Bailly (1949) insegna all’École nationale supérieure de la nature et du paysage a Blois. Poeta, narratore e sceneggiatore, annovera tra i suoi saggi più recenti: La ville à l’œuvre (Imprimerie Nationale, Paris 2001) e, in italiano, il classico L’apostrofe muta (Quodlibet, Macerata 1998).

Il curatore

Pierangelo Di Vittorio svolge un dottorato di ricerca in filosofia presso le Università di Lecce e Strasburgo. Ha recentemente pubblicato Foucault e Basaglia (Ombre Corte, Verona 1999) e Franco Basaglia (con Mario Colucci, Bruno Mondadori, Milano 2001).

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