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Minazzi, Fabio,La Passione della Ragione. Studi sul pensiero di Ludovico Geymonat.
Milano, Thélema, 2001, pp. 415, Euro 18,00, ISBN 88-87624-12-7

Recensione di Maurizio Brignoli – 05/05/2003

Filosofia della scienza, Storia della filosofia (storiografia), Filosofia politica

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La Passione della Ragione raccoglie testi editi e inediti destinati da Fabio Minazzi allo studio del pensiero di Ludovico Geymonat. Sono individuabili due gruppi di saggi: uno dedicato alla riflessione etica, l’altro all’epistemologia.

Per quel che riguarda il primo tema, viene ricostruita la mentalità partigiana di Geymonat che già nel 1929 è arrestato per la solidarietà espressa a Croce. L’A. evidenzia l’inconsueta lucidità morale nel saper distinguere fra il piano della critica frontale e aperta al neoidealismo, già allora delineata da Geymonat, e quella della dimensione etica.

La componente etica dell’antifascismo si caratterizza per un’intransigenza di tipo gobettiano approfondita dall’incontro col pensiero di Juvalta che mostrava come, se l’etica non può stabilire una gerarchia di valori, rimane comunque la coerenza come criterio razionale per giudicare il valore morale. Un meta-criterio etico che finisce per diventare strumento razionale di indagine e valore etico esso stesso assoluto. Fondamentale è inoltre l’influenza di Martinetti, esempio di intransigenza etica assoluta, di cui Geymonat accetta la religiosità laica, ma al quale contrappone, in campo filosofico, il positivismo.

Nel 1943, il Geymonat partigiano e filosofo sottolinea l’irriducibilità tra sfera pratica, che può essere caratterizzata da una imperatività assoluta, e teoretica, fondata su di una relatività condizionale. È per questo che il Geymonat neopositivista è fermo sostenitore della distinzione kantiana fra le due sfere, distinzione che va rafforzata attribuendo, con Martinetti, assolutezza alla sola dimensione etica.

L’apologia della ribellione si radica nella pratica della ribellione: mai iscritto al Pnf, Geymonat fu tra i fondatori della 105° Brigata Garibaldi Carlo Pisacane: “Geymonat è stato uno dei pochissimi antifascisti ad appartenere a quella razza gobettiana, marinettiana e comunista che di fronte al fascismo non ha mai ceduto di un millimetro” (p. 65).

Qual è il rapporto tra riflessione filosofica ed etica? In Geymonat filosofia, scienza e morale nascono dal bisogno di sviluppare una consapevolezza critico-razionale capace di coniugare curiosità umana e conoscenze verificabili e ‘oggettive’. Uno sforzo di liberazione della nostra vita morale e conoscitiva, dove “se la verità coincide con la ricerca della verità, analogamente la libertà coincide solo con la lotta per la verità” (p. 286). Geymonat inoltre ha sempre saputo che sostenere una filosofia è anche un atto pratico, un militare.

Nei cambiamenti del cammino filosofico di Geymonat emerge comunque una “riflessione sostanzialmente unitaria che ha praticato il cambiamento concettuale proprio per rimanere fedele allo spirito critico più spregiudicato” (p. 294). Una criticità priva di fondamenti ontologici pre-garantiti e assoluti, il cui unico fondamento è dato dalla precarietà della sua stessa storia.

Gli altri saggi sono dedicati all’analisi dell’epistemologia geymonattiana. Vi sono dei ‘problemi aperti’ che, pur ricevendo risposte differenti nel corso del tempo, sono stati sempre al centro della ricerca di Geymonat.

Fin dalla sua prima opera, Il problema della conoscenza nel positivismo (1931), centrale è il problema del valore conoscitivo della scienza. Si tratta di partire “dallo studio della concreta fenomenologia dell’esperienza della vita scientifica per poi risalire, cautamente, alla rigorosa delineazione filosofica dei problemi teorici più generali” (p. 95). Geymonat è sempre stato, in senso lato, un positivista: il ‘fatto’ della conoscenza scientifica e il confronto diretto con le conoscenze elaborate storicamente dalla scienza sono il punto di partenza irrinunciabile, ed è in questo orizzonte che ha successivamente sviluppato le sue diverse posizioni filosofiche.

È la ricerca di un razionalismo critico, costruttivo e aperto che porta Geymonat nel dopoguerra, con gli Studi per un nuovo razionalismo (1945), a privilegiare l’empirismo logico viennese. Il programma antimetafisico neopositivista, caratterizzato da un’impostazione critica anti-trascendentalistica che sarà sempre presente in Geymonat, viene condiviso integralmente.

Fin da subito Geymonat rifiuta comunque, sulla scorta di Comte, l’antistoricismo neopositivista. Non si tratta di individuare sistemi metastorici, ma di cogliere la storicità della scienza all’interno delle sue stesse strutture logiche e di rivendicare una storicità specifica delle verità scientifiche. Vi è un filo rosso che lega le diverse fasi del pensiero di Geymonat “rappresentato proprio dalla tesi della storicità intrinseca della scienza” (p. 303).

Negli anni Trenta e Quaranta, Geymonat vive quindi un contrasto teoretico perché, da un lato, la componente neopositivista lo porta ad analisi logico-sintattiche e critico-metodologiche per studiare la fenomenologia concreta delle teorie scientifiche, dall’altro, cogliendo l’antistoricità neopositivista, svolge uno studio dello sviluppo storico delle singole scienze. Questi due elementi non trovano una sintesi armonica: la storicità della scienza finisce per essere depotenziata dal convenzionalismo. Questa scissione fra nuove istanze epistemologiche e storia della scienza verrà ricomposta solo nei decenni finali con un’originale formulazione del materialismo dialettico.

Nella nuova prospettiva neoilluminista, elaborata fra la fine degli anni quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, Geymonat trasforma il razionalismo in un orizzonte di riflessione entro il quale la ragione si converte in una ‘tecnica’ circoscritta, uno strumento che l’uomo costruisce e rettifica continuamente. In questo periodo, la storia della scienza prende il sopravvento con la Storia e filosofia dell’analisi infinitesimale (1947) e il Galileo Galilei (1957). Ma come conciliare cambiamenti concettuali e oggettività del sapere scientifico? Geymonat deve tornare a una riflessione epistemologica: “L’epistemologia rinascerà, ma sarà, ormai, un’epistemologia che deve trovare una sua intesa critica con la storia della scienza, giacché, kantianamente, l’epistemologia, senza storia della scienza, è vuota, mentre la storia della scienza, senza epistemologia, è cieca” (p. 164).

Filosofia e filosofia della scienza (1960) costituisce la risposta epistemologica di Geymonat: viene respinta la pretesa viennese di rendere ‘assoluto’ il convenzionalismo ed emerge l’esigenza, maturata sul piano della concreta ricerca storica, di passare da una ‘statica’ a una ‘dinamica’ delle teorie scientifiche. Geymonat vorrebbe costruire una nuova epistemologia, mantenendola però ancora nel ristretto spazio metodologico-operativo dei neopositivisti, e non vede ancora la possibilità di una filosofia come meta-riflessione critica. Eppure, muovendosi sempre sul terreno metodologico, finisce per avvicinarsi alla tradizionale esigenza di costruire una Weltanschauung razionalista.

Il problema che caratterizzerà la riflessione degli anni Sessanta e Settanta è allora: come conciliare l’oggettività delle conoscenze scientifiche col carattere storicamente relativo e modificabile dei risultati scientifici?

La Storia del pensiero filosofico e scientifico (1972) rappresenta l’abbandono definitivo della pretesa metafisica neopositivista di definire il contenuto metastorico e intrascendibile della scientificità. L’esigenza di garantire la razionalità della conoscenza e il suo valore critico convince Geymonat della necessità di elaborare una visione generale della realtà e di superare l’aporia concettuale tra il neoilluminismo, che apriva le porte alla storicità delle scienze ma le riduceva alla semplice dimensione operativa, e il neopositivismo dominato da una metafisica idealistica. Bisogna elaborare un nuovo materialismo razionalista che rifiuti ogni metafisica ‘filosofia dell’identità’ caratterizzata da un isomorfismo fra strutture della razionalità e della realtà. La soluzione cui Geymonat approda è quella di un materialismo dialettico erede del rigore logico neopositivista, del realismo epistemologico neoilluminista e dei temi emersi dagli studi di storia della scienza. Questi tre punti di riferimento guideranno la ricerca da Scienza e realismo (1977) sino alla fine.

Geymonat fa esplicito riferimento al metodo dialettico per conseguire un duplice obiettivo: ampliare la nozione tradizionale di razionalità e superare ogni astratta contrapposizione fra attività teoretica e prassi. La scienza va concepita, con Lenin, come un insieme di successivi approfondimenti dotati di autentica portata conoscitiva. Ora però Geymonat, dal carattere dinamico e dialettico della conoscenza giunge ad affermare un carattere altrettanto dinamico e dialettico della realtà. Nella morsa fra dogmatismo e agnosticismo cerca, attraverso il materialismo dialettico, di cogliere una terza via capace di tutelare la portata oggettiva della conoscenza senza negarne il carattere storico ed “è proprio il tormento teorico di non riuscire a trovare un valido argomento epistemologico per arginare le devastanti conseguenze rivoluzionarie del convenzionalismo (…) che lo induce, infine, a scivolare in una vera e propria filosofia dell’identità” (p. 231).

Geymonat sottolinea sempre la relatività storica delle costruzioni sintattiche assolutizzate dagli empiristi, da qui ne discende che il filosofo non può imporre un modello astratto di razionalità pretendendolo assoluto e che è maturo il momento per un’epistemologia storicista. La dimensione storica contagia la stessa nozione di ‘verità’. Sono proprio stati gli studi storici ad aver mostrato a Geymonat i limiti del convenzionalismo di Carnap e a fargli provare maggior interesse per la componente empirista del neopositivismo di Schlick, la cui posizione permette di difendere il realismo non metafisico dell’uomo comune e dello scienziato. Per Geymonat l’analisi filosofica non precede la scienza, bensì la segue o l’accompagna: il realismo di Schlick va così a rafforzare il materialismo realista dialettico marxiano. L’adesione al materialismo dialettico non è allora il frutto di una rottura , bensì l’esito di un approfondimento critico delle riflessioni precedenti.

Secondo Minazzi, l’esito metafisico di una nuova filosofia dell’identità è obbligato nel momento in cui Geymonat non prende in considerazione il diverso ruolo euristico giocato dalle strutture concettuali elaborato da Kant. Il trascendentalismo consentirebbe di cogliere il piano concettuale operante all’interno del sapere scientifico in tutta la sua autonomia, ma Geymonat, stretto fra la difesa dell’oggettività della conoscenza scientifica e il carattere convenzionale delle teorie, rifiutando Kant a causa della sua formazione positivista, si deve rivolgere al materialismo dialettico. Pur di salvare l’oggettività della conoscenza e la conoscibilità del reale è disposto a pagare il prezzo metafisico di accettare una ‘filosofia dell’identità’.

Geymonat è un materialista e un illuminista del XX secolo che “ha sempre avvertito, fino in fondo, la passione della ragione, vale a dire l’esigenza, nettamente illuminista e galileiana, di battersi apertamente e con coraggio in difesa della conoscenza scientifica, onde poter dilatare, sempre più, la nostra comprensione critico-razionale del mondo” (p. 259). La scelta a favore della razionalità antidogmatica nasce da una decisione assiologica ed esistenziale. “Storicismo e materialismo dialettico costituiscono, insomma, la migliore risposta che un razionalista critico non-trascendentalista è in grado di elaborare per sottolineare la complessità del reale, senza voler cadere né nel soggettivismo, né nell’arbitrarietà metafisica” (p. 263). Lo storicismo di Geymonat è dialettico e realistico e giunge alla formulazione di un’ipotesi materialistica non in modo aprioristico, ma a partire dai risultati forniti dall’analisi storica ed epistemologica.

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Prefazione di Evandro Agazzi

I. Saggio sulla moralità di Geymonat partigiano

II. La civetta e l’allodola. La riflessione epistemologica di Geymonat

III. Geymonat filosofo della libertà

IV. Sullo storicismo scientifico di Ludovico Geymonat

V. Convenzionalismo e storicità

VI. Ludovico Geymonat critico di Karl R. Popper

Appendice. Una lettera inedita di Moritz Schlick a Ludovico Geymonat e il suo commento

torna all'inizioL'autore

Fabio Minazzi (Varese 1955), ordinario di filosofia all’Università di Lecce e all’Università della Svizzera italiana a Mendrisio, è stato allievo di Ludovico Geymonat e di Mario Dal Pra all’Università Statale di Milano. Fra i suoi numerosi lavori: Realismo senza dogmi (Milano 1993), Galileo “filosofo geometra” (Milano 1994), Il flauto di Popper (Milano 1994), L’onesto mestiere del filosofare (Milano 1994), L’epistemologia come ermeneutica della ragione (Genova 1998). Inoltre: Le ragioni della scienza (Roma-Bari 1986, con L. Geymonat e G. Giorello); Filosofia, scienza e verità (Milano 1989, con E. Agazzi e L. Geymonat); Ragione e storia (Milano 1992, con M. Dal Pra).

torna all'inizioLink

http://filosofico.net/geymonat.htm (scheda monografica)

http://geocities.com/prc_pinerolo/geymonat.htm (rassegna stampa per il decimo anniversario della morte di Geymonat)

http://epistemologia.isfun.net (pubblicazioni internazionali di filosofia della scienza)

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