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Hofmann, Hasso, Introduzione alla filosofia del diritto e della politica.
a cura di Giuseppe Duso, Roma-Bari, Editori Laterza, (Manuali Laterza n. 172), 2003, pp. 272, Euro 20,00, ISBN 88-420-6729-6

Nota di Giovanni Sgro’ – 19/05/2003

Filosofia del diritto, Filosofia politica

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In questo suo bel lavoro recentemente tradotto in italiano, Hasso Hofmann affronta con «carattere problematizzante e intrinsecamente filosofico» (p. VIII) i temi classici della filosofia del diritto e della politica (così suona la traduzione ampia scelta per il termine tedesco Staatsphilosophie) considerandoli «non in uno spazio teorico e dottrinale autonomo», ma, dato che la «riflessione sul diritto è parte integrante della riflessione sul buon ordinamento della comunità umana» (Premessa di Hasso Hofmann) e che quindi «non si può astrarre in modo sensato la trattazione del diritto dalle condizioni politiche della sua produzione, uso e imposizione, che è il diritto stesso a disciplinare». (p. 23), nel legame stretto che hanno con il «modo di intendere e di organizzare la vita in comune degli uomini e l’ordine della società» (p. V). L’autore aveva già dato prova della sua grande «capacità di analizzare le determinazioni dei concetti, il significato che assumono all’interno dei diversi contesti storici» e le modificazioni che producono, nella sua tesi di abilitazione all’insegnamento universitario, il fino ad ora insuperato lavoro sulla storia del concetto di rappresentanza politica [Repräsentation. Studien zur Wort- und Begriffsgeschichte von der Antike bis ins 19. Janrhundert, Berlin, Duncker & Humblot, (Schriften zur Verfassungsgeschichte, n. 22), 1974 (19983), pp. 484], il cui strumento euristico e metodologico centrale era appunto l’«attenzione alla logica dei concetti e al loro legame con gli assetti storici e costituzionali»             (p. VI). Nella presente Introduzione alla filosofia del diritto e della politica ritroviamo all’opera questo particolare tipo di «interrogazione problematizzante», la quale evita i pericoli sia di una «trattazione di tipo storico-descrittivo, che neutralizza la riflessione critica», sia di «un’analisi teorica che, appiattendo gli autori e i problemi in un quadro omogeneo, perda lo spessore dei cambiamenti radicali di prospettiva e rischi di muoversi all’interno di una scelta presupposta di valori». Il volume segue perciò i diversi assetti teorici che la riflessione sul diritto e sull’ordine della società ha assunto, riportandoli alle «concrete esperienze storiche da cui sono sorte domande ed esigenze» (p. VI).

§ 1. La differenza nomologica.

Il testo si apre con la «domanda originaria sulla giustizia» (p. VI) formulata da Kant nell’Introduzione ai suoi Principi metafisici della dottrina del diritto (Metafisica dei costumi, Roma-Bari, Laterza, 19964, pp. 33-34), se il diritto sia anche giusto e «secondo quale criterio universale si possa veramente distinguere il giusto dall’ingiusto» (p. 8).

Kant ha così fornito la più chiara e precisa formulazione di ciò che Hofmann definisce la «differenza nomologica», ovvero la «distinzione tra ciò che è diritto e ciò che è corretto, tra ciò che è previsto dal “diritto” e ciò che è “giusto”»  (p. 8), ricorrendo al termine greco nomos che significa sia legge che giusto, termine che originariamente stava ad indicare «la realtà concreta dell’ordine divino vissuto nella natura e nel mondo degli uomini» (p. 86).

Questa domanda, rifiutata dai sostenitori del positivismo giuridico «in quanto non scientifica» (p. 8), è anche «una domanda di giustizia» e rappresenta il «filo conduttore di tutto il lavoro» (p. VI): direttamente, nelle parti prima e quarta, in cui si passano in rassegna le varie letture, calibrature e possibili risposte che si è cercato di darle, per poi riproporla nella sua versione attuale di un “bisogno di giustizia sociale”, e indirettamente, nelle parti seconda e terza, in cui ci si interroga «sul significato e sulle conseguenze dell’eclissarsi della domanda sul giusto» (p.VII), ripercorrendo le varie tappe della riflessione filosofico-politica della Modernità che hanno condotto alla sostituzione e all’affermazione del concetto di libertà su quello di giustizia.

Tutta la prima parte è dedicata, come già detto, a cercare di dare una possibile risposta a questa domanda, o meglio a cercare un valido ”interlocutore” che sia capace di riproporla, di realizzarla e di fondarla, senza ”amputarla” concretamente o negarla in base a sedicenti pretese scientifiche. Vengono così presi in considerazione e fatti oggetti di discussione:

a) Le posizioni del realismo giuridico, risalente alla scuola di Uppsala, (Axel Hägerström, Anders Vilhelm Lundstedt, Karl Olivecrona, Alf Ross) e al legal realism americano, e del «realismo sociologico del diritto» di Theodor Geiger (§ 3, I-II), i quali risolvono la «scienza giuridica in sociologia», facendo sparire in tal modo «le peculiarità del diritto in quanto fenomeno sociale relativamente indipendente, e cioè in quanto strumento relativamente autonomo per risolvere i conflitti» (p. 23).

b) Le «teorie del riconoscimento» di Karl Theodor Welcker e di Ernst Rudolf Bierling (§ 11, I), il cui punto debole «è rappresentato […] dal tentativo di dedurre il diritto “oggettivo” – e con esso una qualche forma di validità e di forza obbligatoria – da una mera somma di atti individuali di riconoscimento» (p. 55).

c) La concezione analitica del diritto del filosofo di Oxford Herbert Lionel Adolphus Hart (§ 11, II) e il suo tentativo di ripensare la «possibilità della validità del diritto, inteso come un dover essere oggettivo derivante da riconoscimenti soggettivi, senza per questo interpretare tali riconoscimenti come delle interiorizzazioni morali a carattere individuale o delle auto-obbligazioni, né limitarsi, d’altro canto, a fornire un contributo socio-psicologico per spiegare l’efficacia degli ordinamenti giuridici» (p. 58).

d) Il neo-contrattualismo enunciato in A Theory of Justice [Oxford, Oxford University Press, 1999 (1. ed. 1971); Una teoria della giustizia, trad. it. di U. Santini, a cura di S. Maffettone, Milano, Feltrinelli, 19997 (1. ed. 1982)] di John Rawls (§ 13 e § 33, II), il quale, ricollegandosi ai classici della dottrina del contratto sociale, cerca di definire una «posizione originaria equa» da cui poter sviluppare «una teoria della giustizia come equità (fairness)» (Rawls, Una teoria della giustizia, cit., p. 28, n. 3).

e) Il concetto di ”Stato minimo” (§ 13), elaborato da Robert Nozick in Anarchy, State and Utopia [New York, Basic Books, 1974; Anarchia, stato e utopia, trad. it. di G. Ferranti, presentazione di S. Maffettone, Milano, Il Saggiatore, 2000] e da James M. Buchanan in The Limits of Liberty between Anarchy and Leviathan [Chicago-London, 1975; I limiti della liberta tra anarchia e Leviatano, trad. it. di R. De Mucci, I. Schraffl e D. Plini, a cura di D. Antiseri, Milano, Rusconi, 1998], che risolve «il diritto nei rapporti giuridici individuali e la politica nell’economia». Secondo questa concezione, il fine dello Stato è solo quello di «garantire i diritti dell’uomo alla vita, alla libertà e alla proprietà (per poter così qualificare come illegitima ogni politica sociale redistributiva che travalichi tale obiettivo)». Questo è uno Stato concepito «come un prodotto del mercato privato della protezione giuridica» in cui manca completamente la «dimensione del diritto pubblico» (p. 68).

Nell’ambito di tale rassegna, particolare attenzione viene dedicata, per varie ragioni, a due posizioni teoriche che sembrano quasi posizionarsi ai due estremi del metro valutativo dell’autore: la «teoria del discorso» di Jürgen Habermas (§ 12) e il positivismo giuridico di Hans Kelsen (§ 2, III e § 10).

§ 1.1. La teoria del discorso.

In Fatti e norme [Fatti e Norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (1992), a cura di L. Ceppa, Milano, Guerini e Associati, 1996] Habermas ritiene che la prova di validità morale fornita dal criterio di universalizzabilità dell’imperativo categorico kantiano debba essere concepita come «una discussione fra tutti coloro che sono potenzialmente coinvolti in scelte morali» (p. 62). In questo modo si passa dalla ragione pratica del singolo alla «ragione comunicativa», per la quale la garanzia di giustezza del consenso è fornita dai presupposti dell’intesa di tutti i partecipanti alla scelta morale.

La teoria del discorso si presenta così come un «procedimento che si rinnova sempre criticamente contro i propri stessi risultati» (p. 63), come un tentativo di intrecciare «la teoria sociologica del diritto con la teoria filosofica della giustezza, di ricostruire sotto il profilo teorico-discorsivo il contenuto normativo dei diritti fondamentali e dell’idea di Stato di diritto» e in ultima istanza quindi come un tentativo di delineare un «modello di politica deliberativa per l’ambito pluralistico in cui operano le formazioni sociali dotate di potere» (p. 64). Hofmann però, che è di formazione anche ortodossa, sa bene che non si può «tradurre quest’etica del discorso in una teoria discorsiva del diritto in modo incondizionato» (p. 63).

Per questo motivo, a differenza dell’etica del discorso, la filosofia del diritto che scaturisce dalla teoria del discorso si propone fin dall’inizio un fine ultimo, e cioè «l’auto-organizzazione giuridica di tutti di liberi cittadini egualmente liberi e quindi lo Stato di diritto, che rappresenta allo stesso tempo l’istituzionalizzazione delle condizioni iniziali del discorso filosofico» (p. 65).

§ 1.2. Il positivismo giuridico.

Il positivismo giuridico è (o per lo meno si presenta quale) una «dottrina autenticamente scientifica, vale a dire positivista, del diritto positivo», che tramite l’«estensione al diritto e alla giurisprudenza del modello comprensivo proprio delle scienze naturali [,] esclude ogni ricorso scientifico a norme extrapositive» e restringe il campo di azione e di indagine del diritto alla «struttura formale delle proposizioni giuridiche e [al] loro nesso funzionale»              (p. 17).

L’«esempio paradigmatico» di questo modo di intendere la scienza giuridica è costituito dalla Reine Rechtslehre [Einleitung in die Rechtswissenschaftliche Problematik, Leipzig- Wien, 19602 (1. ed. 1930); Dottrina pura del diritto, a cura di M. G. Losano, Torino, G. Einaudi, 1990] di Hans Kelsen, la quale è pura sia perché, in quanto dottrina strutturale del diritto, «astrae da tutti i contenuti giuridici» sia perché, dal punto di vista metodologico, «rifiuta ogni considerazione di valore e si limita all’analisi e alla descrizione di ordinamenti giuridici positivi» (p. 18).

In particolare la tesi kelseniana della norma fondamentale (Ur-Norm), che Hofmann considera una «semplice ipotesi gnoseologica» (p. 19), «non riesce a convincere del tutto» (p. 53) e ciò nonostante l’affascinante «coerenza intellettuale di Kelsen», la sua «ammirevole […] etica di studioso, la sua competenza e il suo atteggiamento democratico» (p. 19). Anzi, secondo Hofmann, il positivismo giuridico addirittura amputa «il pensiero giuridico due volte in un solo colpo», tale dottrina infatti «non solo ritiene ingiustificata la domanda riguardo al “giusto del diritto”» ma rimuove anche «la domanda circa i criteri razionali» per la soluzione di controversie giuridiche (p. 19).

In tal modo Hofmann critica apertamente la “tesi della separazione” giuridica tra diritto e morale (cfr. § 5, II), rivendicando al diritto quella validità etica, morale o ideale che già Kant gli riconosceva, secondo cui il diritto è valido, ovvero vincolante, se si accorda con i principi “giusti” della morale e dell’etica o se viene “giustificato” attraverso di essi. Da questo punto di vista non è pensabile né ammissibile la contraddizione tra gli atti giuridici (nomoi) di Creonte e i principi “celesti” (nomina) difesi da Antigone, il cui «estremo sacrificio […] suggella il carattere incancellabile della domanda sul giusto al di là del diritto o sui limiti della giustezza del diritto» (p. 86).

Tali principi “giusti” o criteri della giustezza extragiuridici «non si esauriscono necessariamente nell’opinione individuale» perché «ogni società e ogni diritto corrispondente esistono […] sulla base di orientamenti comuni certi, di criteri, atteggiamenti e comportamenti generali» (p. 31), i quali rispecchiano la dinamicità e la storicità di ogni epoca determinata e descriverli scientificamente, come pretendono i giuristi di stampo positivista, «vorrebbe dire fissarli storicamente, sottrarre loro ogni dinamicità, intenzione e tendenza, una tendenza che in riferimento alla situazione concreta appare come un comando all’ottimizzazione [Optimierungsgebot]» (p. 30).

§ 2. Nomos – Physis – Logos - Theos. 

Nella seconda parte del suo lavoro Hofmann, partendo dalle definizioni di ingiustizia date da Grozio - «il diritto […] più in senso negativo che positivo, è ciò che non è ingiusto» (De iure belli ac pacis [1625], Aalen, Scientia Verlag, 1993, p. 31) - e da Schopenhauer - l’«ingiustizia è il concetto originario e positivo; il suo contrario, il diritto […] non è che un concetto derivato e negativo» (Il mondo come volontà e come rappresentazione [1819], trad. it. di    P. Savj-Lopez e G. De Lorenzo, intr. di C. Vasoli, Roma-Bari, Laterza, 19972, p. 380) - esamina la questione della giustizia o meglio dell’ingiustizia, intesa quale elemento originario da cui poi poter derivare ex negatione quello della giustizia (§ 15), dominante nel periodo antico e nel medioevo, nelle sue varie forme di ingiustizia delle leggi positive, nella «esposizione tragica della differenza nomologica» della morte di Antigone (§ 16), di dottrina platonica della giustizia (§ 17), di diritto naturale ontologico, nella sua versione stoica e cristiana (§ 18), di ingiustizia derivante da un trattamento diseguale (§ 19) o uguale (§ 20), quale quello raccontato nella parabola biblica dei lavoratori nella vigna del signore (Matteo, 20, 1-16); l’ultimo paragrafo di questa sezione (§ 21) è dedicato al «grido silenzioso delle vittime del potere totalitario» di Stalin e di Hitler, ai quali «il diritto serviva sempre come strumento e non come misura del potere» (p. 117).

Particolare importanza nell’economia complessiva del testo assume la diffusa trattazione del diritto naturale, la cui fondazione Hofmann fa risalire ad Aristotele.

Aristotele infatti poté coniare il concetto di diritto naturale in quanto valido ovunque ed indipendente dall’approvazione degli uomini (Etica Nicomachea, 1134 b), partendo dalla contrapposizione che dominò le discussioni dei sofisti - i maestri “illuministi” della retorica del V secolo a. C. - tra physis (natura) e nomos (legge), cioè tra il giusto per natura e quello che lo è solo in virtù di un canone umano artificiale. Tale contrapposizione scaturì e fu resa possibile dal crollo dell’autentico concetto di nomos, che in principio stava ad indicare «la realtà concreta dell’ordine divino vissuto nella natura e nel mondo degli uomini», crollo dovuto ai viaggi e ai resoconti dei viaggiatori che «fecero comprendere il carattere relativo dei nomoi», alla pratica della “produzione legislativa” democratica ateniese che «fece apparire la legge come una creazione arbitraria» e infine alla filosofia ionica della natura che rivendicava l’esistenza di una legge naturale (p. 86).

L’idea però di un criterio di giustizia universale per le norme non scritte, che per natura preesista agli ordinamenti umani, poteva essere elaborata e affermarsi solamente sulla base di una nuova unità speculativa tra physis e nomos: quella che si realizza nel logos divino degli stoici, inteso quale principio del mondo, quale ragione che per natura pervade ogni cosa.

In tal modo il panteismo stoico poteva dissolvere l’opposizione sofistica e aristotelica tra physis e nomos, tra natura e legge, e arrivare a porre, attraverso le idee di uguaglianza naturale, di libertà degli uomini e della loro fratellanza, «i fondamenti spirituali dei moderni diritti dell’uomo» (p. 97), senza per questo arrivare a protestare in concreto, a causa del suo rigido fatalismo, contro le antiche condizioni di misera disuguaglianza e precarietà dei piccoli agricoltori e degli schiavi.

Ciò nonostante, la filosofia della Stoà è «fondamentale per la riflessione giuridica europea dell’epoca moderna» (p. 88), in quanto «ha coniato un modello che ha conservato nei secoli la sua validità» (p. 98), modello giuridico caratterizzato: a) da una modalità di fondazione “ontologica”del diritto, fondata cioè sulla dottrina dell’essere e non su un ordinamento ideale del dover essere; b) dalla presenza al suo interno di «ordini e divieti determinati, e quindi norme concrete di comportamento» (p. 98) tese alla realizzazione del giusto; c) dall’ordine gerarchico delle norme.

Nell’ambito del successivo diritto naturale cristiano fu sviluppato e accentuato soprattutto quest’ultimo punto, dell’ordine gerarchico delle norme, che, insieme all’esigenza teologico-politica della reductio ad unum, portò a vedere nella monarchia «l’ordine naturale della società» (p. 103). In tal modo l’antico principio della libertà e dell’uguaglianza originaria di tutti cedette così «il passo alle concezioni medioevali di una rigida organizzazione cetuale della società» (p. 103).

§ 3. La libertà dei moderni.

A differenza del periodo antico e medioevale in cui era predominante e centrale il problema della (in-)giustizia, la dottrina politica moderna affida la soluzione formale del problema della giustizia allo Stato, la «forma onnicomprensiva e oggettiva del dominio politico» (p. 181), operando in tal modo uno «spostamento di baricentro» (§ 27, I) verso il concetto chiave della modernità: la libertà, che sarà il concetto centrale anche della filosofia del diritto di uno dei suoi maggiori interpreti: «Il diritto innato è uno solo. La libertà» (Metafisica dei costumi, cit., p. 44).

In particolare è la libertà individuale che si «pone potentemente in primo piano» (p. 159) e il diritto stesso da «guida alla vita in accordo con l’ordinamento naturale che ci circonda» diventa conseguentemente «la quintessenza delle limitazioni della libertà» (p. 160).

Tutto ciò porta con sé un fondamentale mutamento di prospettiva rispetto al diritto naturale ontologico e uno spostamento del fulcro della formazione dei concetti della filosofia politica e del diritto, per cui invece di procedere dal tutto verso le parti (Aristotele), lo sguardo procede ora dai singoli elementi alla loro relazione con il tutto (Hobbes, Locke, Kant).

L’individualismo metodologico si impone quindi quale «quintessenza delle esperienze positive e negative di una nuova libertà» (p. 163) anche quando in seguito l’autodeterminazione individuale verrà progressivamente «collettivizzata e mediata attraverso l’osservanza della legge universale» (p. 166) nelle teorie contrattualistiche ed etiche (Rousseau, Hegel).

Con il nuovo concetto di libertà nasce anche l’esigenza di un nuovo metodo per garantirla: la divisione dei poteri, il cui scopo è la «libertà come impedimento della supremazia attraverso il bilanciamento delle posizioni di potere» (p. 185). In questo modo la libertà viene rappresentata come un prodotto e una funzione di una saggia organizzazione dello Stato, che consiste in un incrocio dei poteri, cioè in una integrazione dei partiti politici esistenti che impedisca ogni loro procedere isolato. Il sistema che ne deriva rappresenta una situazione di autoregolazione in forza dell’equilibrio dinamico di azione e reazione.

Un altro evento epocale della modernità è costituito dalle dichiarazioni sui diritti degli uomini, vero «prototipo di un sovvertimento epocale» (p. 42), solo a partire dalle quali, come ricordava Hegel nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia, «l’uomo si basa sulla sua testa, cioè sul pensiero, e costruisce la realtà conformemente ad esso» (Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia. Vol. IV:  Il mondo germanico, trad. di G. Calogero e C. Fatta, Firenze, La Nuova Italia, 1989 (ripr. dell’ed. 1941-1963), p. 205].

Sono state infatti proprio le dichiarazioni rivoluzionarie sui diritti dell’uomo, unite alla disciplina dell’organizzazione statale, basata sul principio della divisione dei poteri, a rappresentare «il prototipo della costituzione liberale e quindi il modello di sviluppo dell’assetto costituzionale dello Stato» (p. 43).

Dopo aver tracciato in questo modo i lineamenti fondamentali della Modernità e il radicale cambiamento di prospettiva (§ 25, III) che in essa si verifica rispetto al mondo antico e al medioevo, l’autore torna al problema della differenza nomologica, esaminando come questa sia stata di volta in volta considerata e declinata dai maggiori protagonisti e interpreti della Modernità: dal «tentativo giuspositivistico di una negazione della differenza nomologica» operato dalla «riduzione hobbesiana di tutto il diritto a “leggi civili”» (§ 24, I), secondo cui solo «i comandi del sovrano […] possederebbero la qualità di leggi reali e sarebbero per la loro origine leggi civili» (p. 145) alla «garanzia giuridica dello spazio vitale dell’individuo» di John Locke (§ 26, II); dal «dominio della legge universale come autodeterminazione collettiva» di Rousseau (§ 26, III), il quale ha accolto nel suo Contratto sociale (1762) la concezione hobbesiana dell’identità tra il grande e il piccolo io, «volgendola democraticamente e innalzandola idealisticamente» (p. 171), all’«autonomia kantiana dell’uomo nell’ordinamento coattivo dello Stato» (§ 26, IV), per finire con «la critica antropologica dell’”atomismo etico”» di Hegel e la sua rivendicazione della «costruzione sociale dell’individuo» (§ 29), «della priorità logica della polis rispetto all’individuo» (p. 189).  

§ 4. Il bisogno di giustizia delle masse.

Nell’ultima parte del suo lavoro, Hofmann registra il ritorno in primo piano nella realtà e nella discussione filosofica accademica contemporanea del problema della giustizia, il quale si è fatto carico adesso anche delle rivendicazioni di equità e dei bisogni di uguaglianza delle rivoluzioni moderne, diventando così una rivendicazione di giustizia sociale, aggettivo che si è conquistato un posto preminente e specifico accanto e in relazione alle due istituzioni portanti dell’epoca moderna e contemporanea, facendole diventare così: lo stato sociale di diritto (§ 31) e l’economia sociale di mercato (§ 32). 

In quest’ultima parte vengono anche prese in considerazione le «nuove teorie della giusta ripartizione dei beni sociali» (§ 33) discutendo con precisione e distacco critico le posizioni di autori che ritengono sia possibile instaurare un nuovo ordine di giustizia (John Rawls) e di chi invece ritiene che la giustizia sociale sia solo una «nuova illusione» (Friederich August von Hayek, § 34).

Hofmann non manca di constatare molto lucidamente come «la questione della giusta ripartizione dei beni si pon[ga] oggi in modo globale e mostr[i] nel disequilibrio Nord-Sud il suo profilo marcato» e propone, da eminente giurista tedesco, quale possibile soluzione la «diffusione dello Stato di diritto e della democrazia in tutto il mondo con l’aiuto degli Stati sviluppati e delle organizzazioni internazionali, così come un po’ più di correttezza nel commercio mondiale» (p. 224).

A mo’ di conclusione, non mi sembra superfluo ricordare, con le parole del curatore Giuseppe Duso,  che il presente volume è stato pubblicato nell’ambito delle attività del Centro Interuniversitario di Ricerca sul Lessico Politico e Giuridico Europeo (parte del Centro di Ricerca sulle Istituzioni Europee con sede presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli) il quale «tende alla ricostruzione critica della genesi e della logica dei fondamenti dei concetti politici e giuridici della tradizione europea, al di là di una continuistica storia delle idee che tende a ipostatizzare e a rendere universalmente validi concetti che hanno la loro genesi e trovano il loro specifico significato solo all’interno della Modernità. [In tale ambito di ricerca] il lavoro complessivo di Hofmann sul pensiero giuridico e politico […] indica una via particolarmente feconda per una ricerca critica di storie dei concetti» (p. IX).

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Prefazione di Giuseppe Duso

Premessa di Hasso Hofmann

Parte prima - Il diritto e il giusto

Capitolo primo - Che cosa è il diritto?

Capitolo secondo - Concetti materiali fondamentali della filosofia del diritto: principi etico-giuridici obiettivi

Capitolo terzo  -    Concetti formali fondamentali della filosofia del diritto: teorie della fondazione soggettiva della norma

Parte seconda -  Il diritto ingiusto dello Stato e il giusto secondo natura

Capitolo primo - La sacra ira di Antigone

Capitolo secondo - La rivolta terrena dei lavoratori della vigna

Capitolo terzo -  Il grido silenzioso delle vittime del potere totalitario 

Parte terza - La necessità del diritto di libertà a partire dall’autoriflessione dell’individuo 

Capitolo primo - La guerra di tutti contro tutti: il nuovo modello concettuale di uno Stato di natura

Capitolo secondo - La fiaccola di Prometeo: pace attraverso il progresso e libertà individuale invece di giustizia

Capitolo terzo  -   Critica della filosofia del diritto basata sulla libertà astratta-individuale

Parte quarta - Il bisogno delle masse: il ritorno della questione della giustizia 

Capitolo primo - Una nuova parola d’ordine: giustizia sociale

Capitolo secondo - Il ritorno della questione di un giusto ordine nella filosofia accademica

Note

Bibliografia

 

torna all'inizioL'autore

Hasso Hofmann (Würzburg, 1934) ha studiato presso le Università di Heidelberg, Monaco di Baviera ed Erlangen. Ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1964 e l’abilitazione all’insegnamento universitario nel 1970 a Erlangen, dove ha insegnato quale professore straordinario. Dal 1976 al 1992 è stato titolare della cattedra di filosofia del diritto e di diritto costituzionale e amministrativo all’Università di Würzburg. Nel 1989/90 è stato Fellow del Collegio delle Scienze di Berlino. Nel semestre invernale 1991/92 e nel semestre estivo 1992 ha ricoperto il ruolo di delegato presso la Humboldt-Universität di Berlino. Dal settembre 1992 al gennaio 2002 è stato professore ordinario di diritto pubblico e di filosofia del diritto e della politica (Staatsphilosophie) presso la Humboldt-Universität di Berlino. Nel dicembre 1992 è stato eletto vicepresidente della Humboldt-Universität. È inoltre Dottore honoris causa della Goethe-Universität di Frankfurt a.M., membro della Bayerischen Akademie der Wissenschaften, della Berlin-Brandenburgischen Akademie der Wissenschaften e della Consulta scientifica del Centro Interuniversitario di Ricerca sul Lessico Politico e Giuridico Europeo con sede presso l’Istituto Universitario ”Suor Orsola Benincasa” di Napoli.

torna all'inizioLink

http://www.swif.it SWIF (Sito Web Italiano per la Filosofia) - Rivista elettronica di filosofia

http://mondodomani.org/dialegesthai/ Dialegesthai

http://www.apl.it/sf/leparole.htm Le parole della filosofia

 

http://helios.unive.it/~fasolo/FilosofiainItalia.html Filosofia in Italia. Portale e Metaindice sulle risorse filosofiche italiane in rete

 

Filosofia del diritto

 

http://www.swif.uniba.it/lei/fildir/index.htm Quaderni di filosofia del diritto

 

http://www.unipv.it/deontica Filosofia sociale e deontica

 

http://server.fildir.unimi.it/ Home Page dell’Istituto di Filosofia e Sociologia del Diritto della Facoltà di Giurisprudenza della Università di Milano.

 

http://www.giuri.unige.it/intro/dipist/digita/filo/testi/analisi_1998/ Analisi e diritto. Ricerche di giurisprudenza analitica

 

http://www.cirfid.unibo.it/  CIRSFID - Università degli Studi di Bologna

 

http://www.idg.fi.cnr.it/ Istituto per la Documentazione Giuridica del Consiglio Nazionale delle Ricerche

 

http://seneca.bronxlab.unimi.it/socdir/ Sociologia del diritto - Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves

 

http://www.filodiritto.com/diritto/filosofia/filosofia.htm Filosofia del Diritto teoria del diritto - politica ed etica - filosofia in generale

  Filosofia politica

 

http://www.swif.uniba.it/lei/filpol/homefp.htm Quaderno di filosofia politica dello SWIF

 

http://bfp.sp.unipi.it Bollettino tematico di filosofia politica

 

http://www.units.it/~dipfilo/etica_e_politica/ Etica & Politica

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