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Zambrano, María, L'uomo e il divino.
Trad. di G. Ferraro, Roma, Edizioni Lavoro, 2001, pp. 403, Euro 25,82, ISBN 88-7910-968-5.

Recensione di Rosario Rossano Pecoraro - 12/3/2003

Filosofia della religione, Filosofia teoretica (filosofia della storia) (metafisica) (nichilismo)

Indice - L'autrice

Pensiero poetante, 'autentico' perché sgorga dalle viscere, dalla sofferenza di essere nati e dal dolore di dover tornare a nascere a ogni istante nella lacerante tensione che caratteriza "l'agonia tragica". Sorge dal corpo - testo dell'anima - dell'uomo e del filosofo in carne e ossa, come diceva Miguel de Unamuno.
Quello di María Zambrano è un pensiero che incontra la storia e il divino, il sacro e il nulla, il nichilismo, il mito, il cristianesimo e che percorre, (ri)nascendovi, i devastanti abissi dell'esistenza, nel tentantivo di affrontare tutto quello che di oscuro, simbolico, mistico, irrazionale, la filosofia, con arroganza teoretica, ha soffocato. Un pensiero intempestivo e marginale, esiliato come tutte le forme di pensiero che sfidano la razionalità lanciando squarci disperati e lucidi sull'uomo e sulla sua storia, che rivelano la tensione tragica dalla quale sono divorati e allo stesso tempo la 'speranza' (che non si risolve in una conciliazione dialettica) di uscirne, di afferrare la possibilità di riscattarsi.
Questi pochi tratti sono sufficienti per intuire la profondità e la richezza del pensiero di María Zambrano, che si mostrano - più che negli scritti su arte e poesia, già noti in Italia - nei saggi che compongono L'uomo e il divino. E se è vero che la riflessione sulla storia, come scrive Vincenzo Vitiello nella Introduzione, è la fonte del pensiero dell'A., "troppo libera per confinarsi in un solo scaffale della Biblioteca del mondo" (p. ix), è altrettanto vero, per le medesime ragioni, che l'allieva e discepola inquieta di de Unamuno, Zubiri e Ortega y Gasset non può essere imprigionata nel ripiano delle filosofie della Storia accanto e in contrapposizione, per esempio, a Hegel, Vico, Agostino.
Filosofa e poetessa, pensatrice rigorosa che narra (e non è una contraddizione infamante come potrebbe apparire agli occhi degli "uomini impersonali" o dei "professionisti del pensiero" derisi da Cioran e de Unamuno) e mostra per simboli, immagini e visioni ciò su cui non si può argomentare, ma di cui appena si può patire la violenza: gli inferi dell'anima, il dolore della carne, il non-luogo della riflessione, l'altrove indicibile e pericoloso del quale, però, possono essere ascoltati i gemiti e ove forse si annida la salvezza come sostenevano Hölderlin e Heidegger. L'A., ricordando il Cioran degli Esercizi di ammirazione (trad. it., Adelphi, Milano 1988), "non ha venduto l'anima all'Idea, ha salvaguardato la sua essenza unica mettendo l'esperienza dell'Insolubile al di sopra della riflessione su di esso, insomma ha oltrepassato la filosofia (...) È vero ai suoi occhi solo ciò che precede o segue il detto, solo il verbo strappato agli intralci dell'espressione o, come dice magnificamente, la palabra liberada del lenguaje (...) In María Zambrano tutto sfocia in altro, tutto comporta un altrove, tutto" (p. 177).

Poste queste premesse, è possibile delineare i tratti essenziali della rievocazione del rapporto tra l'umano e il divino - dalla nascita degli dei greci al monoteismo cristiano, dal paganesimo tardo antico alla "morte di Dio", dal "delirio del superuomo" all'apparizione nichilista del Nulla, ultimo vestigio del Sacro - al quale l'A. si dedica in questo libro attraversato da un'ansia dell'origine, dal problema e dal mistero della genesi, del molteplice e dell'Uno.
L'autocoscienza dell'uomo, la meraviglia e il terrore di fronte al divenire, al darsi immediato della vita: l'interrogarsi, il vedere, il 'classificare' è, per la filosofa spagnola, un momento secondo, così come la filosofia e il linguaggio. L'origine - se di origine si può parlare - è oscurità, abisso silenzioso dove regna l'indistinto, l'angoscia, l'impossibilità dello spazio, della visione e del senso. Questo altrove, questo non-luogo è, come in alcune dottrine orientali, il Vuoto gravido, l'Indistinto; è il Sacro, che nel discorso dell'A. è opposto al Divino. È dal Caos, dalla Notte, dal non-luogo dell'oscurità più paralizzante e angosciante che nasce il Divino e con esso l'uomo, il suo domandare, distinguere, spiegare, giustificare: il suo attribuire senso alla vita, a se stesso e al divenire, alla sofferenza e alla morte.
Per affrontare il mistero del non-luogo e della nascita, l'A. deve ricorrere a una distinzione e quindi a un atto secondo che permetta di vedere il prima: contraddizione pura mostrata e non dimostrata, che si condensa e dissolve in una narrazione mitica, tragica e poetica, in una parola liberata dalla logica e dall'argomentazione, che conosce e disvela ma che si fa anche custode del mistero del Sacro, dell'ambiguità del non-luogo che dà luogo - anzi li esaspera, li invoca, li patisce come il limite di se stessa, del pensiero, della storia.

Come nacquero gli dei? Perché? Qual è il rapporto costitutivo tra l'umano e il divino? Al principio, "gli dèi perseguitano l'uomo con la loro grazia e il loro rancore"; in seguito, "in quella maturità in cui si insinua la decadenza di un'epoca, gli dèi appaiono impassibili, indifferenti all'uomo" (p. 23). Si occupano troppo dell'uomo o non se ne occupano affatto: "Nel profondo della relazione dell'uomo con gli dèi si annida la persecuzione (...). La relazione iniziale, primaria, dell'uomo con il divino non avviene nella ragione, ma nel delirio" (pp. 23-24). Un "delirio di persecuzione" che si agita nel Caos, nella Notte, nell'Indistinto, nel Sacro. Nel Vuoto pieno, nell'altrove originario l'uomo non si sente solo: non c'è spazio nel quale possa muoversi, non ci sono interstizi, non ci sono domande. Ciò che lo circonda è pieno, ma l'uomo non sa, non comprende di cosa sia fatto questo pieno. S'inquieta, ha bisogno di conoscere perché si percepisce estraneo. Ma il tempo dell'interrogare e del comprendere è ancora lontano. La realtà c'è: lo invade, lo opprime, lo riempie; quello che manca all'uomo è la visione: la sua necessità immediata è vedere, distinguere, scoprire entità, unità qualitative, identificare. L'uomo si sente perseguitato dall'essere-visto e dall'incapacità di vedere. "Siamo proprietà degli dèi", dice l'A. citando Teognide di Megara; e sapere "è conoscere a quale dio appartengono le differenti classi di esseri, di cose e di qualità: 'ogni cosa ha un padrone'" (p. 29). Nel Caos della notte, nel Sacro l'uomo sente il bisogno di un dio, di un padrone, e anche di un colpevole, di 'qualcuno' sul quale versare le lacrime, i lamenti e le invocazioni.
"L'apparizione di un dio rappresenta la fine di un lungo periodo di oscurità e sofferenze. Ed è l'evento più tranquillizzante di tutti quelli che possono accadere in una cultura; segno che il patto, l'alleanza, è stato concluso. Il delirio di persecuzione è cessato, almeno nella sua fase iniziale; in seguito chi verrà perseguitato da un dio potrà chiedergli una spiegazione. E sarà la prima domanda che l'uomo oserà formulare, perché adesso avrà qualcuno a cui rivolgersi" (p. 30). È di fronte a una forza finalmente identificata - che mostra il volto e che possiede un nome - che diventa possibile interrogare e interrogarsi, che l'orizzonte complessivo si dischiude a una domanda, certamente non ancora filosofica, ma senza la quale la domanda filosofica non avrebbe potuto essere formulata.
L'atteggiamento del domandare presuppone l'apparizione violenta della coscienza, "uno strappo dell'anima", una rottura provocata dall'azione di Prometeo e dal conflitto con Zeus. Prima della nascita degli dèi non vi fu il paradiso perduto: "Nessuna vera Età dell'oro ha preceduto il cammino della sventura nella 'Valle di lacrime'. E così, questo strappo dell'anima, questa perdita dell'innocenza in cui sorge l'atteggiamento cosciente, non è altro che la formazione, la concrezione di una lunga angoscia, di questo delirio di persecuzione (...). Non in una Età dell'oro ma in un'epoca di sventure bisogna ricercare la preistoria dell'atteggiamento umano che osa rivolgersi al divino riconoscendolo nella domanda" (p. 31).
Gli dèi della religione greca, "la più 'plurale' di tutte quelle conosciute" (p. 40), sono la luce che crea lo spazio, che apre all'uomo il suo universo e la possibilità di agire. La luce, apparizione che rende possibile l'apparire della realtà, libera e fa sperare: è la "divinizzazione della chiarezza. Luce come atmosfera, come mezzo chiarificante, dove le cose, cioè la realtà (non possiamo ancora parlare di 'cose') appare" (ibid.). L'epica e la poesia cantano questa apparizione, narrano la libertà umana e divina, le gesta, le azioni, i destini e le tragedie di un mondo rischiarato.

Alla religione e agli dei si interessa anche la filosofia, la cui origine affonda nella lotta all'interno e al cospetto del Sacro. "La filosofia nacque, fu il prodotto di un atteggiamento originale, in un raro incontro tra l'uomo e il sacro" (p. 59). In altre parole: la poesia si trova a fronteggiare per prima i misteri del sagrado; l'insufficienza delle risposte religiose, risultato dell'azione poetica, provoca la nascita della filosofia, le cui premesse erano già visibili nel fare poetico. Nonostante il conflitto, tra poesia e filosofia c'è una continuità che passa per una sorta di rinvio all'ispirazione che non deve mancare nella riflessione filosofica: quando questo accade, il discorso si fa "empio" e diventa il luogo ove la pietà non ha più luogo. L'A. insiste su questo punto essenziale: empietà significa non riconoscere l'Altro, quello che ci è estraneo, che ci turba, ci minaccia, le tenebre, il Sacro: "Dunque l'oscuro ápeiron fu ben presto abbandonato; era solo il contatto iniziale con la realtà originaria nella quale era contenuto quello che la domanda filosofica cercava: l'essere, più che l'aspetto reale dell'essere, la sua struttura, l'unità (...). Tutta la filosofia greca si può vedere alla luce di questa continua insistenza nel pensare l'unità, suo vero problema. E così, l'ápeiron, come punto di partenza di ogni investigazione, fu presto sostituito dall'uno di Parmenide" (p. 67). Abbandonare l'ápeiron significa, per la filosofia, la "trasformazione del sacro nel divino, nella pura unità del divino" (p. 69).
L'idea di Dio, più di ogni altra, racchiude in sé la suprema identità; divinità che serberà la realtà dell'ápeiron, l'essere origine di ogni cosa, ma senza alcuna ambiguità, pensandolo sempre come unico, identico a se stesso, "sostegno ultimo dell'essere di ogni cosa e la sua garanzia ontologica; permanendo in se stesso e in ogni cosa" (ibid.). La suprema necessità umana, implicata dal problema dell'essere e dell'Uno, è "vincere mediante la visione l'oscura resistenza del Sacro, e cogliere, penetrando in questa oscurità, la pura essenza che, essendo, fa essere ogni cosa" (ibid.). La filosofia nasce per rispondere al bisogno di "scoprire alla fine l'essere che fa essere" (ibid.). In questo senso, Aristotele con la sua condanna dei pitagorici - inizio e fine di un processo (epistemico) che, fondando il pensiero su se stesso e elevando l'uomo a fondamento del mondo, porterà alla negazione della trascendenza (del Sacro, non del Divino), alla morte di Dio (del Dio-idea, del Dio della Filosofia), al "delirio del superuomo" - è una figura decisiva, alla quale l'A. dedica alcune delle pagine più ispirate del saggio che dà il titolo al libro.

Nelle altre sezioni del volume, l'A. sviluppa e riprende i motivi essenziali della distinzione tra Sacro e Divino, occupandosi del cristianesimo - vero "criterio di interpretazione della storia" e religione dell'Occidente. È questo un punto importante: il Dio cristiano è creatore, onnipotente; è il Dio del creare, dell'agire, del fare: una facoltà e un potere che l'uomo europeo ha fatto propri pretendendo di fare la storia. Una violenza non solo teoretica che vuole affermare l'"io" limitando le possibilità esistenziali degli altri: una violenza unilaterale che l'A. denuncia e di cui l'invidia - "male sacro", "inferno terrestre" che affonda le sue radici nell'ambiguità del Sacro - è l'esempio più brutale e perverso. Se la pietà è "sapere ispirato" che mette in luce l'altro e la realtà, se "è saper trattare con l'altro" (p. 188), l'invidia è chiusura totale e rancorosa dell'"io" in se stesso, passione e negazione, "prima forma di parentela" che "appare quando già ci sono volti, esseri in formazione, unità in movimento; quando l''uno' comincia a farsi visibile" (p. 189), "distruzione che alimenta se stessa" (p. 256), "sguardo obliquo, è la visione in uno specchio che non ci restituisce l'immagine di cui la nostra vita ha bisogno" (p. 262).
La fonte dell'invidia è quel Sacro ambivalente, supremo pericolo ma anche possibilità di salvezza, esito nichilista ma anche speranza. L'A. sembra arretrare (ma sarebbe possibile fare altrimenti?) davanti alla domanda decisiva: chi può evitare la separazione di Sacro e Divino, che solo congiunti possono affrontare il tempo? E se l'uomo appare già fuori dalla partita, solo il sussurro forzatamente intriso di speranza e utopia che attraversa alcune della pagine più significative di María Zambrano, rimane a ricordarci che qualcosa, forse, è ancora possibile.

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Per una introduzione al pensiero di María Zambrano: il Sacro e la storia di Vincenzo Vitiello
Prologo alla seconda edizione
Introduzione
I. L'uomo e il divino (Della nascita degli dèi - Degli dèi greci - La disputa sugli dèi tra la filosofia e la poesia - La condanna aristotelica dei pitagorici - Tre dèi - "Dio è morto" - Il delirio del superuomo - L'ultima apparizione del sacro: il nulla)
II. Il rapporto con il divino: la pietà (Compendio della pietà - Cos'è la pietà - La tragedia, officio della pietà)
III. I processi del divino (Della paganizzazione - Le rovine - Per una storia dell'amore - L'inferno terrestre: l'invidia - Il futuro, Dio sconosciuto - La traccia del paradiso)
IV. I templi e la morte nell'antica Grecia (Il tempio e le sue vie - Apollo a Delfi - Eleusi - La maschera di Agamennone - La stele - In memoriam: il vaso di Atena)
V. Nella tradizione giudaico-cristiana (Il "libro di Giobbe" e l'uccello)
La concezione dell'Aurora. Sul percorso mistico di María Zambrano di Giovanni Ferraro

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María Zambrano (1904-1991) è una delle figure più affascinanti del pensiero contemporaneo. Dopo gli studi in filosofia a Madrid con Ortega y Gassett, si impegna nella lotta contro il franchismo. Nel 1939 comincia il suo lungo esilio che terminerà solo nel 1984. Tra le sue opere tradotte recentemente in italiano: La confessione come genere letterario (Milano, 1997), L'agonia dell'Europa (Venezia, 1999), Dell'Aurora (Genova, 2000), Delirio e Destino (Milano, 2000), Il sogno creatore (Milano, 2002).

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