Estetica (architettura), Filosofia teoretica (filosofia della tecnica)
Credo sia importante intessere un dialogo tra diversi 'campi del sapere' che non ne renda alcuno ancilla d'un altro: la posizione del curatore Renato Rizzi pare tuttavia avere una certa tendenza a un rapporto di questo tipo. Quando si legge che "l'architettura (...), affidando momentaneamente il suo credo alla filosofia (...), aspira alla conoscenza delle forme autentiche del pensiero" (p. 6), sorgono alcune domande: quanto a lungo si protrae il respiro di quel "momento"? Qual è il "credo" che l'architettura affida alla filosofia? L'architettura è in sé acefala o 'solo' confinata nella inautenticità?
Sempre secondo il parere di Renato Rizzi,l'architettura contemporanea è schizofrenica poiché al contempo rifiuta la theoria ontologica ("la grande visione fondativa del mondo greco-occidentale", p. 7) e si rivela inconsapevole suddita di un'ermeneutica "globale" (ibid.). Per dirla prosaicamente, il fondamento c'è ma non si vede: si tratta del "nichilismo occidentale" (p. 9), incarnato prepotentemente da quell'acme rappresentato dal Bauhaus. Una rivoluzione? Secondo il Curatore, la risposta è affermativa: "Dall'evoluzione della forma alla rivoluzione dell'informe" (p. 10). Ma cosa distingue 'forma' e 'informe'? La differenza è teor(et)ica: "La consapevolezza filosofica, in ambito estetico, nei confronti della verità (essenziale) o della non-verità (nichilista)" (p. 12, n. 7). Il supporto di tale informalità e nella fattispecie della concezione di uno spazio fluido, è costituito dalla "visione nichilista del divenire del mondo" (p. 11). A questo punto, Rizzi non manca di indicare al lettore l'Esempio di tale sinergia: il decostruttivismo americano. Per chi si occupi anche solo 'amatorialmente' di architettura, costituirebbe un compito infinito citare una minima parte dei contributi teorici e 'costruiti' che svuotano di senso il concetto stesso di decostruttivismo. Tant'è, il Nostro pare non preoccuparsene; al contrario, ci rende edotti della composizione dal quale è generato tale 'fenomeno': "La remota e diffusa sensibilità protestante luterana e la più prossima e concentrata sensibilità analitica francese" (p. 13, c.m.) - quest'ultima nei panni della triade Bataille-Deleuze-Derrida. Purtroppo, pure in questo caso chi scrive non ha ben chiaro cosa si intenda per quelle "sensibilità". In ogni caso, il frutto di tale unione è un'estetica che assume il nichilismo "implicitamente (...) come un positivo" (ibid.).
Se dunque torniamo ai cardini sui quali si innesta l'architettura contemporanea - ammesso che qualcosa del genere esista nella sua singolarità -, troviamo "lo strumento della tecnica e il principio del divenire" (p. 18). Come reagirebbe Severino? Mostrando che il "carattere della tecnica" ("lo strumento della volontà di potenza") è "la natura del principio del divenire" ("la contraddizione originaria, la sua impossibilità") (p. 19). Su questa stessa falsariga, i toni del Curatore sembrano in taluni casi piuttosto fuori misura: la "riflessione filosofica severiniana (...) coinvolge (o meglio, sconvolge) l'intero arco della cultura e del linguaggio occidentale" (p. 20).
È noto il tradizionale stile argomentativo adottato da Emanele Severino. E anche in questi saggi - nel primo, in particolare -, le concatenazioni si rivelano stringenti e stimolanti.
L'A. esordisce fornendo una definizione épatante per l'ottimismo occidentale: "Essere uomini significa avere coscienza del dolore" (p. 25). Tale consapevolezza non ci preserva comunque dall'angoscia dettata dal carattere imprevedibile del dolore stesso. Per questa ragione, si rendono necessarie terapie preventive: "Prima dell'avvento dell'Occidente (...) è il mito il grande rimedio che ha reso possibile la vita ai mortali" (p. 25, c.m.).
Tuttavia, "per cacciare il dolore che produce la follia dell'angoscia (...) occorre una voce che non possa essere negata" (p. 29): con Platone, l'Occidente si rivolge alla ricerca di una verità "illuminata quanto al suo senso e al suo volto" (p. 28), poiché - ci insegna Eschilo (Inno a Zeus, in Agamennone) - "è necessario che sia la verità la potenza capace di cacciar via dalla mente il dolore" (p. 30).
L'alba occidentale vede dunque la verità come mezzo e la felicità come fine. Ma - sostiene Aristotele nel primo libro della Metafisica - in questo modo la "configurazione della verità è determinata dallo scopo", il quale, differendo dal mezzo-verità, "è una dimensione della non verità" (p. 32). Assistiamo allora a un primo rovesciamento: la felicità ora non è guida ma viene guidata dalla verità.
Dunque, la Verità. Ma con l'Occidente si dà anche "l'avvento della civiltà della tecnica": "Qualcosa di inevitabile" (p. 37), "un destino" (p. 116).
Assistiamo sempre più a un dominio tecnico che pare non conoscere limiti - la cui conoscenza "determina l'agire concreto e specifico della tecnica" (p. 60). Secondo Severino, in tale situazione assume un ruolo decisivo la tradizione filosofica: "Nel loro significato fondamentale i limiti sono appunto la verità che è stata evocata dalla tradizione filosofica: la verità è il suo contenuto divino" (p. 39). Tra i limiti che la tradizione ritiene inviolabili, Severino individua la "manipolazione biologica dell'essere umano" (p. 64).
Tuttavia, è lo stesso pensiero filosofico contemporaneo - in quanto "affermazione incontrovertibile che l'unico sapere incontrovertibile diventa la conoscenza dell'impossibilità di un qualsiasi ordinamento immutabile" (p. 63) - a mostrare alla tecnica "l'infinità della potenza di cui essa può disporre" (p. 40). Impossibile è ora l'inviolabilità dei limiti che riguardano l'essere stesso ("gli ordinamenti eterni e immutabili dell'essere", p. 61): "Anche per questo aspetto, una tecnica che ignori di potersi porre in rapporto al terreno dell'ontologia possiede una capacità operativa essenzialmente minore a quella di una tecnica che invece non lo ignori" (p. 65).
In questo ragionamento, Severino conferisce alla filosofia una grave responsabilità: "Sul fondamento dell'ontologia greca, la tecnica è la forma più radicale del dominio del mondo" (p. 117. D'altronde, nel Convivio platonico la tecnica è definita "causa che conduce una qualsiasi cosa dall'esser non ente all'esser ente", 205 b-c, cit. a p. 68) e può "progettare il dominio della totalità degli enti perché è unita al risultato essenziale e inevitabile del pensiero filosofico dell'Occidente" (p. 41, c.m.).
Questo legame fondamentale genera un secondo rovesciamento. Per chiarire questo processo, può risultare utile descrivere un movimento analogo sopravvenuto precedentemente. Commentando l'Ultima cena leonardesca, l'A. scrive: "La pittura si serve ormai (...) del contenuto sacro. Resta rovesciato l'originario rapporto tra il sacro e l'elaborazione dei suoni, dei colori, delle figure, dei movimenti, degli spazi" (p. 124).
"Nella storia dell'Occidente, la teologia (...) è la forma originaria della tecnologia; e la tecnologia è la forma compiuta e rigorosa della teologia. Anche alla Tecnica l'uomo del nostro tempo dice: 'Salvami', cioè 'Sii il mezzo con cui è fatta la mia volontà'. (...) Ma anche nel rapporto con la Tecnica è inevitabile che l'uomo si renda conto che, nelle sue mani - nelle mani di un essere che ha bisogno di salvezza e che dunque è un debole -, la Salvatrice stessa è debole, e che dunque la progettazione e la volontà umana non debbono intralciare l'azione e la progettazione salvifica della Tecnica" (p. 49). "La subordinazione dell'uomo tradizionale alla tecnica è inevitabile, nella misura in cui al fondamento di questo processo agiscono, da un lato, la volontà di servirsi della tecnica per salvare un certo senso assoluto dell'uomo e, dall'altro, la crescente coscienza della non-verità di ciò che si vuole salvare: quanto veniva inteso come verità mostra di essere soltanto una fede" (p. 77. Cfr. con Heidegger: "Ciò che da gran tempo minaccia l'uomo di morte (...) è l'incondizionatezza del puro volere, che persegue la propria affermazione su tutto", Perché i poeti? (1926), in Sentieri interrotti, trad. it. di P. Chiodi, La Nuova Italia, Scandicci 1997, p. 271).
Si genera così il rovesciamento per il quale la tecnica da mezzo diviene scopo - e il fine proprio della tecnica è "l'incremento indefinito della capacità di realizzare scopi" (p. 73).
La suddetta definizione dello scopo della Tecnica ingenera alcune riflessioni fondamentali per lo sviluppo del mondo contemporaneo. La tecnica è infatti lo strumento princeps del quale "ognuna delle forze che dominano il mondo" (p. 43) pare 'servirsi' per sopravanzare le concorrenti. Ma in realtà esse strumentalizzano una concezione riduttiva della tecnica, nell'accezione "scientistico-tecnicistico-fisicalista" (ibid.).
Lo scopo diviene dunque il prevalere, che tuttavia "è sempre meno il suo prevalere ed è sempre più il prevalere in quanto tale, la potenza in quanto tale" (p. 45). Le grandi forze della tradizione occidentale - tra le quali il capitalismo - si trovano così su un piano inclinato che conduce al tramonto; e tale piano inclinato si chiama tecnica. Quest'ultima, intendendo superare ogni limite imposto alla propria potenza, mira "all'eliminazione di ogni scarsità": dunque, almeno secondo l'A., "il suo scopo richiede la vanificazione del capitalismo" (p. 73).
Ma l'Eden tecnologico vede anche il culmine dell'umana angoscia: il timore di perdere il benessere cresce in misura direttamente proporzionale con la crescita di questo. Sono invece inversamente proporzionali a questi due un'altra coppia di fattori: la sicurezza nella durata del benessere e la sua verità. "Un paradiso senza verità può essere un inganno. Il sospetto che lo sia lo rende un inferno" (p. 52). La tecnica è dunque una sorta di pharmakon: per Esiodo è insieme doron e dolon, 'dono' e 'inganno'; Eschilo (Prometeo incatenato) fa risalire il dono della techne ai mortali a Prometeo - dono ingannevole perché "avvolge in 'cieche speranze' " (p. 119).
Secondo la lettura che fornisce Severino, per Heidegger inquietante è l'impreparazione umana di fronte al mutamento radicale prodotto dall'inevitabile dominio tecnico. Ma così si presuppone che l'uomo "possa attingere a una propria fonte, autonoma rispetto alla tecnica e protetta da essa" (p. 82. Ma Heidegger non scrive forse che "restiamo sempre prigionieri della tecnica e incatenati ad essa"? Cfr. La questione della tecnica (1953), in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1991, p. 5).
E tuttavia, se l'uomo è essenzialmente "volontà cosciente che coordina mezzi in vista della produzione di scopi", tale "è anche il tratto che definisce l'essenza della tecnica" (p. 67): perciò l'essenza della tecnica "non è l'alienazione, ma, all'opposto, è l'inveramento dell'uomo" (p. 69).
D'altronde, sarebbe "un'illusione tentare di resistere alla tecnica restando sul fondamento di quella volontà di potenza di cui la tecnica è la realizzazione più compiuta e rigorosa" (p. 84). Rimane però il fatto che Heidegger operi una distinzione nei confronti della quale sarebbe stato auspicabile soffermarsi: "L'essenza della tecnica moderna consiste nell'im-posizione. Questa appartiene al destino del disvelamento. Queste affermazioni significano qualcosa di diverso dai discorsi spesso ripetuti secondo i quali le tecnica è il fato (Schicksal) della nostra epoca, dove fato significa l'inevitabilità di un processo immodificabile" (La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, op. cit., p. 19).
A una lettura affrettata, scorrendo questi saggi severiniani si potrebbe ravvisare un côte nostalgico piuttosto sterile. Ma Severino lascia alcune tracce, indicando come in pericolo sia l'apertura all'evento che fonda la vita: "Ma per i mortali non c'è vita che nel divenire; e l'Eterno dell'episteme soffoca il divenire e la vita" (p. 91). "La verità incontrovertibile e definitiva riempie di sé ogni vuoto (...) cancellandolo: riempie di sé ogni vuoto che è essenzialmente richiesto dal divenir altro dell'ente" (p. 78. Heidegger scrive: "E cosa accadrà dello spazio in quanto vuoto? Troppo sovente appare solo come una lacuna", L'arte e lo spazio (1969), trad. it. di C. Angelino, Il Melangolo, Genova 1998, p. 31).
L'architettura consegna alla filosofia (o viceversa?) un concetto che permette di approfondire questa dinamica - inverando, da un certo punto di vista, la provocazione heideggeriana: "Non può darsi che la sradicatezza dell'uomo consista nel fatto che l'uomo non riflette ancora per niente sulla autentica crisi dell'abitazione riconoscendola come la crisi?" (Costruire abitare pensare (1952), in Saggi e discorsi, op. cit., p. 108). Secondo Von Schmarsow, la Raumgestaltung costituisce un concetto essenziale nella definizione dell'architettura. La prima 'configurazione dello spazio', suggerisce Severino, consiste in quello "spazio luminoso dischiuso e delimitato dal fuoco attorno al quale ci si stringe" (p. 87. Una forma della Lichtung heideggeriana?). Ma ogni singolo riparo dev'essere supportato da un riparo 'fondamentale', "costituito dal senso stabile e globale del mondo" (p. 88) e che "si presenta nel contenuto eterno dell'episteme filosofica e teologica greco-cristiana" (p. 89). Le abitazioni umane (conglomerate, private, pubbliche, religiose o quant'altro) intendono essere lo specchio dell'architettura divina e dunque mirano a "una certa qual aura di eternità": "Volendo rispecchiare l'Ordinamento eterno del mondo, vogliono esserne il simbolo" (ibid.).
Una tale concezione architettonica e simbolica è supportata da una particolare Raumgestaltung: "La regolarità geometrico-matematica è la figura che negli edifici dell'Occidente viene data allo spazio" (p. 90).
E tuttavia, tale metodicità "assorbe e annulla lo spazio che essa dovrebbe configurare": "Non potendo essere sorpreso o modificato da alcun evento, l'Eterno anticipa in sé ogni evento e rende apparente il divenire dell'universo" (pp. 91-92).
Questa dinamica di soffocamento può essere esemplarizzata anche in altro modo. Col Movimento moderno si passa dal modello di città chiusa a quello di città aperta. Nel primo modello, la città è "presidio degli dei" (Eschilo, Eumenidi, v. 919, cit. a p. 97): "La città chiusa dell'episteme è l'immagine del paradiso. La volta del cielo si abbassa e diventa volta architettonica e mura che proteggono e poi soffocano i mortali" (pp. 97-98). D'altra parte, "le strutture in ferro e vetro della città aperta rendono (...) possibile quella elevata permeabilità visiva tra interno ed esterno che esprime sul piano architettonico la necessità che il riparo non sia un a priori chiuso in sé, ma quell'apertura all'esperienza, una delle cui forme più caratteristiche è data dal metodo sperimentale della scienza moderna" (p. 98). Lo skyscraper è il simbolo di quest'altro approccio: esso "rompe la volta architettonica tradizionale e si protende nei liberi spazi del cielo per aggredirli e dominarli realmente e non per sottometterli alla onirica e dunque fallimentare configurazione epistemica dello spazio" (ibid.). La città chiusa sta alla città aperta così come la cupola della chiesa sta al grattacielo: "Il grattacielo trafigge il cielo e la sua immutabilità; è un assalto al cielo (...), ha un carattere prometeico" (p. 113).
Tuttavia, il modernismo pare affidarsi a una concezione tecnicista della tecnica e ciò si sostanzia essenzialmente nel tentativo di obliare il passato: "Ma il modo più sicuro di non affrancarsi dal passato è, in ogni campo, il dimenticarlo" (p. 99). Secondo il motto abbandonare conservando, Severino scrive:"L'abbandono della tradizione occidentale può essere qualcosa di autentico solo se esso è insieme la conservazione di tale tradizione, cioè solo se la dimensione da cui ci si allontana continua a rimanere in qualche modo presente nella nuova dimensione in cui l'Occidente si porta" (p. 109). In fondo, "decidere di uscire dalla storia dell'Occidente è come voler saltare al di là della propria ombra" (p. 102).
Tra le prime frasi che si possono leggere in apertura v'è la seguente firmata da Renato Rizzi: "Nonostante gli scritti appartengano a periodi e contesti diversi (sette anni intercorrono tra il primo e il terzo), il loro contenuto ne annulla la cronologia, affidando al pensiero unità tematica e continuità critica" (p. 6). Ora, aldilà della eventuale condivisione di concetti quali "contenuto" e "cronologia", "unità tematica" e "continuità critica", non sarebbe stato comunque corretto nei confronti del lettore indicare "periodi" e "contesti" dei sei saggi riprodotti?
Introduzione. L'inconsapevolezza: forma della dimenticanza di Renato Rizzi
Verità e tecnica
L'uomo e la tecnica
Raumgestaltung
Appendici (La città e le idee. Sulla questione dei "centri storici"; La "decorazione",
la specializzazione della potenza e il nulla; L'arte come scopo).
Emanuele Severino (Brescia 1929) insegna Filosofia teoretica all'Università Ca' Foscari di Venezia. Tra le sue numerose opere, per l'attinenza ai temi trattati nel testo recensito, si segnalano: Téchne: alla radice della violenza (Milano 1979), Essenza del nichilismo (Milano 1982, II ed.), Il destino della tecnica (Milano 1998) e Crisis della tradizione occidentale (Milano 1999).