Filosofia analitica, Filosofia teoretica (ontologia), Logica (semantica)
Se l'attuale re di Francia non esiste (vista la natura repubblicana dello Stato francese) e Ulisse è un personaggio dell'Odissea di Omero (sarà mai esistito realmente?), il quadrato rotondo è qualcosa che, al di là della sua esistenza nel mondo, presenta forti incongruenze a livello logico, contenendo nella propria definizione due concetti incompatibili, ovvero l'essere quadrato di ogni quadrato (avere quattro lati uguali) e l'essere rotondo proprio di ogni cerchio. I tre oggetti menzionati nel titolo dell'opera di Orilia dunque, hanno sì in comune il fatto di essere inesistenti, ma denotano subito forti differenze in seno a tale caratteristica ontologica: il testo qui in oggetto vuole allora tematizzare queste differenze attraverso i contributi degli autori più rappresentativi che si sono interessati alla problematica degli oggetti inesistenti, dando anche spazio, al termine del libro, alla proposta personale dell'Autore.
La struttura dell'opera, articolata in quindici capitoli, lascia intendere la propria natura didattica offrendo in apertura, al lettore meno esperto, tre capitoli propedeutici alla tematica, dove vengono bene affrontati i concetti e la terminologia di base della filosofia del linguaggio e della logica, e dove si dà anche una collocazione storico-contestuale dei pensatori presi maggiormente in considerazione dall'Autore: Frege, Meinong e Russell.
A loro tre, e alle rispettive posizioni nei confronti degli oggetti inesistenti, Orilia dedica un ampio approfondimento nella parte centrale del libro, di cui è bene mettere in evidenza i risultati principali.
Gottlob Frege, con la propria distinzione tra senso e referente (così Orilia traduce il termine tedesco Bedeutung) propone una prima soluzione: "Si considerino enunciati come: il cavallo alato è bianco. [...] Come abbiamo notato, questi enunciati da un lato sembrano dotati di significato, non li possiamo considerare cioè alla stregua di sequenze incomprensibili di simboli, come "zat gw fp rght". Dall'altro lato, si potrebbero considerare privi di significato, poiché in qualche modo non parlano di niente, se non vi sono cavalli alati [...]. Ma allora hanno significato oppure no? La distinzione senso/referente permette a Frege di uscire da questo dilemma. Questi enunciati, secondo Frege, intuitivamente hanno significato in quanto esprimono un senso, ossia un pensiero. Ciò è permesso dal fatto che i termini singolari in essi coinvolti a loro volta esprimono dei concetti individuali. D'altra parte, l'intuizione contraria secondo la quale non hanno significato è spiegata dal fatto che questi termini singolari non hanno referente. Questo porta Frege ad ammettere che questi enunciati non sono né veri né falsi, a meno che non si inseriscano in un contesto intensionale." (p. 76). La teoria di Frege però, come spiega poi l'Autore, presenta delle difficoltà laddove si deve misurare con enunciati particolari, come: "Polifemo non esiste", "Polifemo esiste", "Il cavallo alato è alato", "Polifemo è più alto di Ciampi", i quali sarebbero considerati da Frege privi di valore di verità, ma che l'intuizione comune, a buon titolo, considererebbe o veri o falsi.
Alexius Meinong, le cui posizioni espresse dalla sua "teoria degli oggetti" sono chiaramente riconducibili ad un punto di vista realista, vuole considerare gli oggetti a prescindere dal fatto che siano dotati, o meno, di essere. Orilia così sintetizza le intenzioni dell'autore austriaco: "Possiamo quindi attribuire a Meinong il principio dell'uniformità del pensiero e del linguaggio [...], ossia il principio secondo il quale possiamo pensare e parlare allo stesso modo sia riguardo a ciò che esiste che a ciò che non esiste. In altri termini, sia quando pensiamo al cavallo Varenne (un oggetto esistente), sia quando pensiamo al cavallo Pegaso (inesistente) siamo in relazione con un oggetto [...]. E in entrambi i casi il linguaggio ci permette di parlarne allo stesso modo, cioè utilizzando un termine singolare." (p. 84).
Una posizione antitetica rispetto a quella meinonghiana, è certamente incarnata da Bertrand Russell, o perlomeno dal Russell "attualista" di On Denoting. In questo testo del pensatore inglese, la cosiddetta "teoria delle descrizioni" risolve il problema degli oggetti inesistenti dando all'uso del quantificatore esistenziale una precisa connotazione ontologica: "[...] Russell intende l'uso del quantificatore esistenziale come compromesso esistenzialmente, ossia come equivalente a "esiste almeno un oggetto... ". [...] Secondo questo modo attualista di intendere il quantificatore esistenziale, l'attribuzione di esistenza è implicita nell'uso del quantificatore esistenziale [...]." (p. 100). Di conseguenza, è facile intuire che risulta impossibile per Russell considerare il "quadrato rotondo" un'entità dotata di qualsivoglia grado ontologico, e che qualsiasi enunciato singolare analitico che "verte" su di un oggetto inesistente è necessariamente falso.
Una volta presentati i tre autori, Orilia si concentra di più sugli ultimi due, affrontando direttamente il famoso dibattito Meinong-Russell a proposito degli oggetti inesistenti e illustrandone lo sviluppo. Da tale analisi, condotta in maniera estremamente chiara e distaccata, emerge che il pensiero risultato nel corso degli anni più convincente, ovvero quello della teoria delle descrizioni di Russell, escludendo a priori tutti gli oggetti inesistenti, radicalizza il bel principio di economia del rasoio di Ockham, e priva così di una qualche consistenza ontologica un numero eccessivamente elevato di oggetti. Ad esempio, è innegabile che i cosiddetti oggetti fittizi (enti che si trovano all'interno di romanzi, fiabe, film...) godano di un certo spessore ontologico, e di conseguenza sarebbe corretto avvalersi di teorie in grado di giustificare il fatto che, pur non esistendo, tali oggetti occupano lo stesso i nostri pensieri e il nostro linguaggio: "E' quindi importante per i meinonghiani mostrare che vi sono almeno alcuni tra i dati che abbiamo qui elencato che resistono ad un trattamento russelliano [...]." (p. 132). L'Autore esamina allora, mettendoli a confronto con le critiche di altri studiosi, i contributi di due noti neo-meinonghiani che di tale questione hanno fatto l'oggetto dei propri studi: Parsons e Castañeda. A questo punto l'argomentazione di Orilia si fa più serrata e la ricostruzione del punto di vista meinonghiano da parte di Parsons e la teoria delle guise di Castañeda non sono altro che il ponte concettuale che conduce l'Autore a mostrare i limiti di un approccio neo-meinonghiano così strutturato: tale approccio risolve sì le critiche di Russell, ma non riesce a fugare ogni ulteriore perplessità sulla problematica degli oggetti inesistenti a causa di una teoria della predicazione, quella di Castañeda, troppo complicata e di uno sviluppo concettuale, quello di Parsons, che non soddisfa più gli intenti teoretici di Meinong. "Si può comunque trarre una lezione dal tentativo dei neo-meinonghiani. Il loro approccio sicuramente fronteggia questi dati in modo più soddisfacente rispetto alla teoria delle descrizioni nuda e cruda. Possiamo aggiungere che li fronteggia in modo più soddisfacente anche rispetto al dualismo semantico di Frege [...]. In un certo senso l'onere della prova, dopo lo sforzo dei neo-meinonghiani, passa a chi vuole difendere l'attualismo." (p. 175).
Così, in conclusione al suo testo, Orilia getta le basi per proporre un personale contributo al tema, che gode di un certo fascino in quanto si avvale di un recupero dei concetti denotanti di Russell. L'Autore, per poter accettare fino in fondo la teoria delle descrizioni, è costretto a rivisitarla in alcuni suoi punti: innanzitutto si propone di risolvere lo spinoso problema dei paradossi logici avvalendosi di una logica non tipata (ovvero che non ammette la soluzione russelliana offerta dalla teoria dei tipi), secondo quanto indicato da Gupta e Belnap nel loro testo del 1993 The Revision Theory of Truth. Secondariamente, decide di trattare i nomi propri come descrizioni definite, considerando il contesto nel quale le descrizioni incomplete hanno luogo come un'ottima fonte d'informazioni. Un'ulteriore modifica viene poi attuata per quanto riguarda le relazioni paratestuali (il "vero" in una storia), facendo loro seguire i dettami di una logica paraconsistente che a proprio fondamento pone il rifiuto di quella regola, nota come "Ex Falso Quodlibet" che permette di derivare qualsiasi enunciato da una contraddizione e che si pone alla base della logica classica. Infine, e forse questa è la proposta più interessante dell'Autore riguardo la tematica degli oggetti inesistenti (o ciò che da questa deriva), viene introdotta la categoria di "essenza convenzionale" per affrontare il problema dell'identità nel tempo degli oggetti, e quindi per risolvere quel paradosso riguardante la famosa nave di Teseo che, una volta soggetta, lungo la navigazione, alla sostituzione di tutte le parti che la componevano, sfuggiva ad ogni criterio di identità con se stessa. L'Autore sostiene che per raggiungere questo scopo è possibile adottare un criterio di re-identificazione che sfugga al sequenzialismo di Chisholm (secondo cui gli oggetti ordinari non sono enti che persistono nel tempo), e riaffermi l'idea di quest'ultimo esclusivamente in chiave semantica. Seguendo questa linea concettuale, e considerando l'essenza convenzionale una proprietà che ci permette "di vedere la realtà come se un qualche oggetto ordinario persiste nel tempo" (p. 207), l'Autore risolve anche il problema degli oggetti fittizi, i quali "sono essenze fittizie e le essenze fittizie non sono altro che proprietà" (p. 224). Giungere a questa conclusione significa allora ricorrere a degli enti predicabili, le proprietà, che tutti, meinonghiani e non, ammettono nel proprio inventario ontologico.
Per quanto riguarda lo stile argomentativo dell'autore, c'è da dire che rientra a pieno titolo nella metodologia classica della filosofia analitica: enunciazioni di problemi (con nomenclature che facilitano il richiamo successivo) e confronto di diverse teorie che potrebbero risolverli, il tutto sostenuto da un procedere teoretico fitto e preciso che conduce dalle definizioni dei concetti base allo sviluppo delle argomentazioni più complesse in maniera del tutto naturale. Grazie a questa scelta metodologica e all'ampiezza degli argomenti trattati, il testo di Orilia può essere considerato anche un apprezzabile manuale di introduzione alla filosofia del linguaggio e all'ontologia formale.
L'edizione ETS risulta assai gradevole da un punto di vista grafico, anche se, forse, è accompagnata da un numero eccessivo di refusi.
I. Introduzione
II. Excursus storico
III. Concetti e terminologia di base
IV. Cenni di logica
V. Frege
VI. Meinong
VII. Russell
VIII. Il dibattito Meinong-Russell
IX. Motivazioni per l'approccio neo-meinonghiano
X. La ricostruzione di Parsons
XI. La teoria delle guise di Castañeda
XII. Critica delle teorie neo-meinonghiane
XIII. Alcuni approcci non meinonghiani
XIV. Identità nel tempo ed identità intertestuale
Conclusione
Riferimenti bibiliografici
Indice analitico
Francesco Orilia, nato a Palermo nel 1956, è professore associato di filosofia e teoria dei linguaggi nel Dipartimento di Filosofia e Scienze Umane dell'Università di Macerata. Ha curato insieme a W.J. Rapaport il volume Thought, Language and Reality. Essays in memory of Hector-Neri Castañeda (1998) ed è autore di Predication, Analysis and Reference (1999). Ha inoltre pubblicato numerosi articoli di logica e filosofia del linguaggio in riviste internazionali quali "Dialectica", "Grazer Philosophischen Studien", "Journal of Philosophical Logic", "Journal of Symbolic Logic", "History and Philosophy of Logic", "Minds and Machines", "Notre-Dame Journal of Formal Logic", "Topoi".
Pagina personale di Francesco Orilia