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Aristotele, Organon. A cura di Giorgio Colli
Milano, Adelphi, 2003, pp. XXVIII-1066, Euro 22,00 ISBN 88-459-1755-X.

Recensione di Salvatore Stefanelli - 12/4/2003

Logica, Storia della filosofia (antica)

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"Caro Colli, ho visto il tuo lavoro. Dicevo l'altro giorno [...] che non avevo aggettivi per qualificarlo: mi venivano in mente imponente, prodigioso, sbalorditivo. Hai superato ogni aspettativa." Questo è l'incipit della lettera scritta da Norberto Bobbio, il 9 ottobre 1953, a Giorgio Colli, curatore del corpus delle opere di logica di Aristotele. A fronte di queste parole, a mio avviso rivolte prima facie all'amico e quindi suo tramite all'opera del Maestro così ben curata, un recensore dotato di un qualche granum salis non dovrebbe far altro che acconsentire e, senza null'altro aggiungere, utilizzarle come invito, rectius: guanto di sfida, da lanciare a tutti perché si impegnino in una lettura basilare, dal momento che, come ribadiva il compianto Marco Mondadori nell'introduzione al suo manuale di Logica, "Ragionare dobbiamo, e spesso. Di ragionamenti facciamo un uso essenziale ed esplicito" (p. 1). Infatti, siamo continuamente chiamati a risolvere problemi e a trovare soluzioni d'ordine sia pratico sia teorico, ma, in verità, possiamo dire di essere equipaggiati con una adeguata cassetta di utensili da usare per strutturare ragionamenti validi? Deduzione, implicazione, condizione, non-contraddizione, confutazione, necessario, contingente, e così di seguito; questi sono alcuni degli strumenti per tutti disponibili e facilmente accessibili nell'Organon (che vuol dire proprio strumento in greco), in modo che nessuno possa avanzare scuse del tipo "io dico pane al pane.....queste sono cose da élite intellettuale", "...si va bene, ma son tutte sofisticherie", "...io mi attengo solo a quanto disposto", e così di seguito. Queste sono scuse sopportabili se accampate da gente comune, e tanto peggio per loro; queste scuse, invece, sono insopportabili, per non parlare di una loro valenza immorale, se pronunciate da coloro che occupano la posizione di decisori delle altrui cose.

Pertanto, l'auspicio è che questa valida riproposta, dopo cinquant'anni, dell'ancora unica traduzione italiana completa dell'Organon non si riduca solo ad una grandiosa riesumazione di un monolite dell'umano intelletto ed alla sua esibizione, da una parte, al timore reverenziale di sparuti liceali e, dall'altra parte, all'osanna ipocrita e alla svogliata analisi degli studiosi, fors'anche plurimotivata ma di ben poco giustificabile, da parte dei quali specie "in Italia -fatta eccezione per l'opera di Guido Calogero, come fa notare il curatore Colli- non ci risulta cha sia stato dato alcun contributo notevole alla comprensione della logica aristotelica." (p. XXIII)

Per chi scrive, comunque, l'occasione è di quelle da non perdere, infatti le poche note che seguono vogliono essere un doveroso, seppur modestissimo, omaggio da tributare al "maestro di color che sanno" che ai tempi del liceo studiai in modo particolare per le sue opere 'biologiche'; d'altronde, per gli insegnamenti del padre che fu medico alla corte macedone, non è un caso che la storia naturale sia fiorita nelle mani di Aristotele e che nelle sue opere venga dato grande rilievo alla biologia e alle osservazioni naturalistiche in contrapposizione all'importanza attribuita da Platone alla matematica. Quasi a conferma di questo antesignano e particolare sentire, oggi, a seguito dello sviluppo considerevole delle scienze cognitive, notiamo che i filosofi cercano collegamenti e rinvii alle più eclatanti applicazioni delle neuroscienze e delle biotecnologie per impostare una naturalizzazione della filosofia come auspicata da Quine che nel famoso saggio Epistemology Naturalized collocava l'epistemologia come capitolo della scienza naturale: "Epistemology, or something like it, simply falls into place as a chapter of psychology and hence of natural science." (p. 82), in contrapposizione a Wittgenstein che nel Tractatus aveva affermato che (4.111) "La filosofia non è una delle scienze naturali".

Ma veniamo ora a considerare l'opera con la quale Aristotele incanalò le vie del conoscere entro argini sicuri e formalizzò il sillogismo. Nel fare questo, ci imbattiamo in una ben nota difficoltà che contraddistingue gran parte di quello che è il Corpus Aristotelicum a noi pervenuto e precipuamente costituito dalle opere di scuola (esoterikoi logoi) derivanti dalla ricerca e destinate all'attività didattica nel Peripato ateniese. Infatti, come non nasce dallo stesso Aristotele il titolo dell'altra sua opera ancor più complessa, la Metafisica, la stessa cosa accade con il titolo Organon sotto cui sono raccoltele sue opere di logica: Categorie - Dell'espressione [il lettore attento noterà che Colli non traduce perì ermeneias nel solito Dell'interpretazione, questo perché egli si attiene al commento dell'opera aristotelica fatto da Waitz, e che si può leggere in Nota preliminare p. 729] - Primi Analitici - Secondi Analitici - Topici - Confutazioni sofistiche.

Questo titolo deve essere derivato dalla tendenza degli autori antichi appartenenti alla tradizione aristotelica di presentare la logica come uno strumento (organon), in opposizione agli Stoici che ritenevano la logica come una parte (meros) della filosofia. Infatti nella presentazione dell'opera aristotelica fatta da Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi leggiamo che: "Della filosofia teoretica una parte è la fisica e una parte la logica, delle quali la logica non è come una parte del tutto ma, ad essere esatti, come uno strumento." (p. 475) Uguale parere veniva espresso da Alessandro d'Afrodisia che nel suo celebre commento ai Topici affermava che la collocazione dell'indagine logica (logikè pragmateia) nella filosofia è quella dello strumento (organon) in quanto è di ausilio nel pensare o ragionare e argomentare in modo corretto svolgendo il lavoro di ricerca in ogni dominio delle scienze. Tuttavia a ciò va aggiunto che con questi scritti strumentali viene fornita una metodologia oltre che della ricerca anche della trasmissione del sapere, infatti è chiaro il riferimento di Aristotele all'insegnamento (didaskalia) all'inizio dei Secondi Analitici (I 1, 71a5-10): "Similmente si dica, poi, rispetto alle argomentazioni dialettiche, sia a quelle che si costituiscono mediante sillogismi, sia a quelle che procedono attraverso l'induzione. In entrambi i casi, difatti, l'insegnamento viene costruito mediante elementi già conosciuti in precedenza: il primo tipo di argomentazioni assume delle premesse, con il presupposto che l'interlocutore comprenda quanto concede, mentre il secondo tipo fornisce la prova dell'universale attraverso il manifestarsi del caso singolo." (p. 277) Alla trasmissione del sapere scientifico e alla connessione fra dimostrazione ed insegnamento il filosofo fa riferimento anche in Confutazioni sofistiche (2, 165a38-b11): "Didattiche sono le argomentazioni, che deducono alcunché, partendo dai principi propri di ciascuna dottrina e non dalle opinioni di colui che risponde" (p. 649), come pure in Retorica (I 1, 1355a24-27): "una argomentazione è una sorta di dimostrazione (poiché si crede soprattutto quando si suppone che una cosa sia stata dimostrata)" (p. 7).

Se, poi, dovessimo compilare una storia della logica antica attenendoci al solo termine logiké, dovremmo paradossalmente escluderne Aristotele e la sua teoria del sillogismo, perché un tale termine non si trova nei suoi scritti, mentre vi è spesso usato logikós per qualificare una qualche indagine come dialettica. A prescindere dal termine definitorio, è possibile rintracciare un filo conduttore in questo gruppo di opere che porti ad una teoria della logica? La concezione della logica in Aristotele fa capo e si articola gerarchicamente sui rapporti intercorrenti fra retorica, dialettica e analitica. Infatti, leggendo la Retorica si può rinvenire il punto di partenza di questo filo d'Arianna; detto per inciso, seguendo questo fil rouge si nota innanzitutto la forte dipendenza di Retorica dai Topici, come pure sono molto frequenti i riferimenti incrociati fra Analitici e Topici. È da notare, poi, la intrinseca unitarietà dei Primi e dei Secondi Analitici, tant'è che tanto i primi quanto i secondi sono citati da Aristotele come tà Analytiká, e a completare il quadro c'è l'opinione fondata che le Confutazioni sofistiche siano un capitolo finale, se non addirittura una appendice, dei Topici.

Ritornando al nostro filo guida, dicevamo che si parte da una stretta corrispondenza fra retorica e dialettica, con una netta prevalenza della seconda sulla prima, che viene apertamente dichiarata in Retorica [I 2, 1356a 30-33]:"Come abbiamo detto in principio, essa rappresenta una sorta di settore o di copia della dialettica, poiché nessuna delle due è una scienza relativa alla natura di un oggetto definito, ma entrambe sono soltanto facoltà di fornire ragionamenti." (p. 15). E ancora per evidenziare una identità di metodo leggiamo in Retorica [I 2, 1356b8-14, 19-21]: "di conseguenza, dal momento che, in senso generale, è necessario dimostrare qualsiasi cosa per mezzo o del sillogismo o dell'induzione (questo per noi risulta evidente dagli Analitici), necessariamente ciascuno dei primi due deve corrispondere a ciascuno degli altri due." (p. 15). In un passo successivo della Retorica [I 4, 1359b9-16] si sale di livello nello strutturare questo rapporto gerarchico e la retorica è fatta dipendere non più dalla dialettica ma dall'analitica, pur ammettendo sempre un'affinità fra di essa e la dialettica: "La retorica è formata dalla scienza analitica e da quella parte della politica che è in rapporto con l'etica, e che assomiglia da un lato alla dialettica, dall'altro ai discorsi sofistici. Nella misura in cui si cercherà di costituire questa tecnica oppure la dialettica non come semplici facoltà, ma come scienze, inavvertitamente si distruggerà la loro reale natura con questa trasformazione, rifondandole come scienze di elementi definiti, e non soltanto di discorsi." (p. 31). Si viene così delineando, passando tramite una duplice dipendenza (retorica<dialettica e dialettica<analitica), una gerarchia di discipline in cui sono dislocate la retorica al livello più basso, la dialettica al livello intermedio e l'analitica al livello più alto. Che l'analitica sia al livello più alto è suggerito dal fatto stesso che sempre nel su citato passo di Retorica I 4 si parla di analytikè episteme, e per una ulteriore conferma della superiorità dell'analitica basta far riferimento ad alcuni passaggi nei Topici nei quali apertamente o in modo implicito si rinvia agli Analitici (ta analytiká), per es. in Topici [VII 3, 153a24-26]: "La possibilità di dedurre sillogisticamente la definizione è dunque chiara. Con quali elementi occorra consolidare la definizione già altrove [Analitici] è stato più scientificamente precisato." (p. 599); in Topici [VIII 11, 162a11]: "La cosa risulta chiara dai nostri libri Analitici." (p. 634); in Topici [VIII 13, 162b31-33]: "Sui modi in cui l'assenso alla proposizione che all'inizio si è stabilito di dimostrare ed alle proposizioni contrarie può venir preteso da chi interroga, già si è detto secondo verità nei libri Analitici."(pp. 637-638).

Quindi da quanto fin qui detto si evince che la concezione della logica in Aristotele trova il suo nucleo negli Analitici strettamente interconnessi tra di loro e intorno ai quali orbitano tutti gli altri contributi a una logica che non è puramente formale. Pertanto, l'analitica di Aristotele, procedendo deduttivamente a partire da principi che si fondano sull'esperienza e su una scrupolosa osservazione, non soltanto fa parte della storia della logica, ma è certamente la massima espressione delle ricerche su questo tema nell'antichità.

Il resto della storia è ben noto, infatti sin dalla tarda antichità sulla scia del lavoro dei commentatori, le opere di logica di Aristotele consolidarono la loro presenza sulla scena e tramite un mezzo insolito non tanto per se stesso quanto per l'origine, cioè l'espansione islamica, vennero trasmesse agli studiosi del Medio Evo. Da allora la logica aristotelica ha esercitato un'influenza incomparabile sul pensiero occidentale. A tal proposito, quasi a contraddire l'opinione espressa da Kant, qui in veste di tassidermista, nella prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura secondo la quale "la logica (...) a cominciare da Aristotele non ha dovuto fare nessun passo indietro(...) e che sin oggi non ha potuto fare un passo innanzi, di modo che (...) essa è da ritenersi come chiusa e completa." (p. 13). Possiamo dire che la logica di Aristotele, pur avendo dovuto subire l'urto travolgente della moderna logica formale a partire dai lavori di Frege e Russell alla fine del XIX secolo, ha ritrovato il posto che le spettava verso la metà del '900 a partire dall'entusiasmante giudizio sulla logica aristotelica che si ritrova nella Storia della logica (1931) di Heinrich Scholz che riteneva l'Organon come la più bella e istruttiva introduzione alla logica che si abbia ancora a disposizione. Su questa strada, che porta a considerare Aristotele con rinnovato rispetto, non solo per la correttezza dei suoi risultati ma anche per la somiglianza intercorrente fra l'esprit di gran parte del suo lavoro e la logica moderna, troviamo il testo Aristotle's Syllogistic from the standpoint of modern formal logic (1951) di Jan Lukasiewicz che è la traduzione in termini logistici della sillogistica aristotelica e con il quale viene fatta giustizia delle confusioni ancora imperanti e allo stesso tempo è posta sotto una nuova luce gran parte del pensiero logico aristotelico.

L'Organon continua ad essere una fonte inesauribile da cui attingere motivazioni e indicazioni per la ricerca sia nel dominio della logica docens che in quello della logica utens. Prendiamo ad esempio due cardini quali il principio di bivalenza (sul quale si basano le tavole di verità che presentano solo due valori) e il principio di non-contraddizione (niente può essere sia vero sia falso nello stesso tempo, nello stesso luogo, nella stessa relazione). Mentre in Metafisica [kappa 5, 1062a5-10] Aristotele presenta il principio di non-contraddizione come il più saldo dei principi primi, in Dell'espressione invece pone in dubbio il principio di bivalenza in un caso particolare (il futuro contingente) esemplificato con la proposizione "domani vi sarà una battaglia navale". In pratica Aristotele sosteneva che non è vero né falso dire in anticipo che un evento futuro contingente (non deciso) accadrà. Se una battaglia navale sarà combattuta, per esempio, martedì tra due opposte flotte, lunedì non è ancora deciso quale flotta vincerà, proprio perché la vittoria dipende dalle decisioni dei comandanti che sono a loro volta liberi e indecisi, quindi non sarebbe vero dire lunedì che: "La prima flotta domani vincerà la battaglia" e sempre lunedì non sarebbe vero dire che: "La seconda flotta domani vincerà la battaglia."

Partendo dall'assunto che "Aristotle is a notable exception to the general philosophical consensus that truth is timeless", Robert Nozick trattando della verità nello spazio e nel tempo in Invariances afferma: "In questo caso, io penso che la radicale intuizione di Aristotele sia la seguente. Un enunciato è vero in un determinato momento solo se una cosa verificatasi in quel momento rende l'enunciato vero, lo stabilisce come vero, lo forma come vero, decide che è vero, stabilisce con esattezza che è vero. (...) Poiché Aristotele riteneva che dire quale flotta sarà vittoriosa nella battaglia di domani dipende dalle decisioni dei capitani che non sono prese definitivamente oggi, egli riteneva che non vi sono oggi determinati fatti che attribuiranno in seguito la vittoria all'una o all'altra flotta e quindi egli credeva che non è vero ora che la prima flotta vincerà la battaglia come non è vero ora che la seconda flotta vincerà la battaglia. E tutto questo non perché la battaglia non si è ancora svolta, ma solo perché non è ancora vero quale flotta vincerà."(pp. 27-28, traduzione mia)

Quindi se si applicasse in casi del genere il principio di bivalenza non si potrebbe più parlare di libero arbitrio, "non occorrerebbe più che noi prendessimo delle decisioni, né che ci sforzassimo laboriosamente, con la convinzione che compiendo una determinata azione si verificherà un determinato fatto, e che non compiendo una determinata azione non si verificherà un determinato fatto" [Dell'espressione, 9, 19a30] (p. 67). Questo argomento aristotelico contro il principio di bivalenza è stato ripreso e utilizzato da Lukasiewicz per dar vita alle logiche polivalenti e da queste è gemmata a partire dalla fine degli anni '60 la fuzzy logic (logica sfumata) di Lofti Zadeh secondo il quale al principio di bivalenza si deve preferire un principio di multivalenza secondo cui tra il vero e il falso, tra 0 e 1 è rinvenibile un infinito numero di gradi di verità. Quindi da un attento studio del problema dei futuri contingenti, sollevato da Aristotele, si è arrivati a sfumare il classico concetto di verità. La logica aristotelica merita, rectius: esige di essere considerata e riabilitata, ma non per poi etichettarla come superata, infatti secondo Colli "ciò che a noi interessa, rispetto alla logica aristotelica, è invece proprio di comprendere ciò che il filosofo greco ha inteso esprimere. (...) Fornire delle interpretazioni unitarie della logica aristotelica è indubbiamente molto importante, e ancor più importante è il valutare criticamente tale logica, eventualmente superandola." (p. XX)

Prima di chiudere vorrei evidenziare un altro aspetto della perenne attualità dell'insegnamento di Aristotele che proprio con il suo Liceo è ancora da considerare come un modello di scuola aperta e funzionante secondo una ricerca specializzata e pluritematica facente capo all'osservazione e alla raccolta di dati sul campo. Ma se ciò non bastasse, dall'analisi del corpus di opere a noi pervenuto possiamo rilevare la realizzazione di un altro obiettivo del Maestro che si affianca a quello della ricerca e che consiste nel metodo di comunicazione di un sapere già acquisito. E come trasmettere il sapere nel modo più facile, se non in formulazioni sillogistiche? Aristotele parla espressamente di una paideia concernente l'analitica, come leggiamo in Metafisica [gamma 3, 1005b2-5]: "Per quanto riguarda, poi, i tentativi, fatti da alcuni di coloro che trattano della verità, di determinare a quale condizione si debba accogliere qualcosa come vero, bisogna dire che nascono dall'ignoranza degli Analitici, perciò occorre che i miei uditori abbiano una preliminare conoscenza delle cose dette negli Analitici e non che ricerchino mentre ascoltano queste lezioni" (p. 143). Di questo nuovo modo di intendere la paideia troviamo traccia già nell'incipit di Parti degli animali [I 1, 639a1-15] dove Aristotele dice: "Intorno ad ogni conoscenza e indagine - la più umile come la più nobile - si manifestano due tipi di atteggiamento, uno dei quali può essere propriamente chiamato scienza dell'oggetto, l'altro una sorta di cultura (paideia). È tipico in effetti dell'uomo colto il poter distinguere con precisione ciò che è stato detto propriamente o meno da chi svolge una esposizione" (p. 555). In quest'opera di scienza naturale Aristotele definisce la propria posizione nel dominio del pensiero filosofico-scientifico e, per quanto qui ci interessa, definisce la modalità e il livello di discussione nel campo scientifico collocandone il dibattito in una cultura di tipo dialettico perché, come leggiamo, in Secondi Analitici [I 11, 77a29]: "La dialettica inoltre comunica con tutte le scienze, e lo stesso avverrebbe per una scienza, che tentasse di dimostrare le proposizioni comuni" (p. 305).

Allora, a seguito di quanto detto, non è forse opportuno tornare a frequentare il ginnasio di Aristotele? È non è forse urgente riprendere confidenza con gli strumenti, con gli attrezzi dell'Organon? La risposta affermativa e impellente è motivata da quanto notiamo a tutti i livelli, diversi per cultura e grado di responsabilità, e cioè mancanza del senso della misura, incapacità di comprendere il particolare, disuso della precisione, disinteresse verso il ragionar per conseguenze, non saper considerare le conseguenze a breve o a lungo termine di un'asserzione e così di seguito. La paideia di Aristotele ha in sé tutti i valori basilari per contribuire alla formazione del buon cittadino a partire dallo studente e rappresenta una evoluzione rispetto a quella specie di allevamento in batteria di cittadini-robot proposto da Platone nella Repubblica. A rafforzare questa valenza pedagogica di Aristotele mi rifaccio alle parole, raccolte in occasione del discorso introduttivo al convegno su "L'Organon aristotelico"(Pisa 2002) tenuto da Ettore Casari, ordinario di Logica presso la Normale di Pisa, riguardanti un compito aggiuntivo e determinante da assegnare all'insegnamento della filosofia nelle scuole superiori e che è "quello di abituare i giovani al pensiero controllato: insegnar loro a pensare anche per subordinate, non solo per coordinate, trasmettere loro la capacità di usare con proprietà il dunque, il perciò, il pertanto. Forse alla carenza di queste attitudini una rifrequentazione dell'Organon può fornire qualche rimedio."

Da parte mia, pur prendendo atto dell'affermazione intellettualmente onesta di Colli: "In ogni caso, esortiamo il lettore che non ama le difficoltà a mettere senz'altro da parte questo libro" (p. XXVII), come personale esortazione a non mettere frettolosamente da parte questo libro, perché comunque difficile è sempre più bello, riporto una battuta, tratta da Saggio sull'intelligenza umana di John Locke, che sotto il tipico english humour cela una sacrosanta verità e cioè che "Dio non è stato così avaro con gli uomini da fare di essi solo delle creature con due gambe, lasciando ad Aristotele il compito di renderli razionali" (p. 378).

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Introduzione

TRADUZIONE
Categorie
Dell'espressione
Primi Analitici
Secondi Analitici
Topici
Confutazioni sofistiche

NOTE
Nota preliminare
Categorie
Dell'espressione
Primi Analitici
Secondi Analitici
Topici
Confutazioni sofistiche
Sigle e abbreviazioni

INDICI
Divergenze dall'ultima edizione critica
Indice delle materie
Indice terminologico
Indice dei nomi e dei luoghi citati nel testo
Indice dei nomi e dei luoghi citati nell'introduzione
e nelle note

APPENDICE

torna all'inizioL'autore

Aristotele (Stagira, 384 a.C. - Calcide, 322 a.C.), fu allievo di Platone fino alla morte del maestro. Nel 342 fu chiamato da Filippo di Macedonia per assumere l'educazione di Alessandro. Nel 335 fondò in Atene una scuola chiamata Liceo o Peripato, dove svolse la sua eccelsa funzione di insegnante non solo di filosofia, ma di tutto un insieme di dottrine autonome collegate in un ordinamento unitario di cultura.La sua prodigiosa opera che tocca tutti i campi dello scibile umano, dalla etica alla biologia, dalla fisica alla metafisica, dalla politica alla retorica, dalla logica alla poetica, ne ha fatto, come afferma Dante nel Convivio (IV VI 8), il "maestro e duca della ragione umana".

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