Antropologia (corpo), Estetica (architettura), Filosofia politica (femminismo), Filosofia teoretica (filosofia della tecnica) (spazio) (tempo)
L'Autrice di questa raccolta è indubbiamente audace: apre infatti un volume dedicato a problemi architetturali scrivendo "I am an outsider to the field of architecure" (p. vii). E tuttavia, leggendo queste pagine dense di provocazioni (per il pensiero dell'architetto e per il fare del filosofo), ci si trova di fronte a un raro tentativo non frustrati di far agire l'attrito tra filosofia e architettura. Fondamentale in questo senso è proprio l'outside: luogo paradossale, non può mai venir occupato; luogo terzo, può fungere da frontiera per il confronto. Frontiera che, non appartenendo a nessuno dei due 'contendenti', si rivela peculiarmente comune. D'altronde, uno degli architetti più attenti al confronto con la riflessione filosofica, Peter Eisenman, nel 1999 dichiarava: "L'interiorità del discorso architettonico deve evolversi al di fuori dell'architettura. (...) Importa solamente essere al di fuori. Io mi sento un estraneo nel mio stesso paese" (Saper credere in architettura, a cura di Massimo Sodini, trad. it. di S. Servetti, Clean, Napoli 2001, pp. 13 e 21).
Non è dunque un caso se il Foreword è firmato da Eisenman: l'architetto si concentra sul saggio dedicato ai progetti utopici, sottolineando come l'Autrice converga con Manfredo Tafuri nel considerare l'utopia il buon-luogo che è un non-luogo. E se nel caratterizzare l'utopia come un sistema sollecitato fatalmente dalla propria sistematicità, Elisabeth Grosz non si disgiunge dalla riflessione di un Tafuri o di un Colin Rowe, nel concetto di embodiment risiede la rottura: indica una molteplicità di corpi che scardina la gerarchia teleologica (o la teleologia gerarchica, qui equivalenti) utopica grazie alla processualità o dinamicità. Cominceremo dunque da Embodied Utopias, un paradosso sin dal titolo, poiché l'incorporazione "non ha mai avuto luogo nelle utopie" (p. 131). Confrontandosi con la Repubblica e le Leggi platoniche, nonché con l'Utopia di Thomas More, l'Autrice ricorda come un dato comune nei teorici del contratto sociale risieda in pesanti limitazioni della libertà individuale. Ma proprio l'Utopia (1516) di More racchiude un interrogativo interessante: il secondo libro si conclude con una sorta di dissociazione del narratore - sinora alter ego dell'autore - dai costumi e dalle leggi dell'isola. Si domanda Elisabeth Grosz: "Perché inventare un non-ideale, o piuttosto un ideale equivoco?" (p. 134). La soluzione risiede nello stesso neologismo coniato da More: l'ou-topos non ha luogo, ma egli pare giocare anche col prefisso eu, cosicché il buon luogo è un non-luogo, o meglio nessun luogo è il buon luogo. "L'utopico è aldilà di una concezione dello spazio o del luogo poiché, ironicamente, non può essere considerato affatto come topologico. Non si conforma a una logica della spazialità (...), è oltre l'architetturale (...), è concepibile adeguatamente solo nella dimensione temporale e soprattutto nella modalità temporale del futuro" (p. 135). Si svelano così connessioni inaudite: "L'atopico, l'altro inverso dell'utopico e il suo fantasmatico compagno distopico, non è un luogo, piuttosto un non-luogo (...), un luogo indeterminato, giammai luogo e spazio" (p. 136). Se dunque l'utopia - similmente alla dialettica - è organizzata come tappa finale della storia, soffocando il carattere evenemenziale del tempo, allora non è affatto una proiezione del futuro. In un senso analogo, i progetti utopici tendono a soffocare le differenze con un egualitarismo che si limita a estendere universalmente i diritti accordati al gruppo dominante: "Non consiste nel ripensare la reale natura di quei diritti in relazione ai gruppi che era originariamente deputato a escludere o reprimere" (p. 146). In questo frangente, risulta assai feconda la riflessione di Luce Irigaray, facendo concentrare l'attenzione non sull'indifferenza sessuale che caratterizza le utopie, bensì inducendo a pensare una simmetria sessuale duale. Può così concludere l'Autrice: "Il compito dell'architettura, così come quello della filosofia, non è insediarsi in utopie, modelli, ideali concreti, ma imbarcarsi nel processo di un infinito interrogarsi" (p. 150).
Non potendo riprendere ogni saggio, ci limiteremo a ricordare i cardini teorici che percorrono il testo nella sua multiforme totalità. In primo luogo, andrà ricordato che il quadro teoretico è assai variegato e comprende "le teorie psicoanalitiche del soggetto fissurato (...); le decostruzioni derridiane di strutture binarie (...); il nomadismo deleuziano, con la sua enfasi sul movimento, la pratica e l'azione ["Il lavoro di Deleuze potrebbe avere qualcosa da offrire al ripensamento dell'architettura? (...) L'architettura può incorporare/appropriarsi - vale a dire, cannibalizzare - la nomadologia o la rizomatica come ha fatto con la decostruzione?", pp. 59-60]; le speculazioni irigariane in merito al ruolo della differenza sessuale nel passato e nel futuro dell'auto-comprensione architetturale" (p. xviii). D'altro canto, ricorrono una serie di questioni: "Com'è compreso lo spazio convenzionalmente e architetturalmente? Quali sono le condizioni sottese a tali concezioni? È possibile vedere lo spazio in termini diversi, termini che rendano più esplicite queste condizioni sottaciute, cosicché possa essere rappresentato e abitato in modi differenti?" (ibid.). In breve, come "rendere lo spazio e l'edificio più mobili, dinamici e attivi, più come forze"? (ibid.). "Come pensare l'architettura aldilà della complementarietà e della binarizzazione, aldilà della soggettività e della significazione?" (p. 59). In questo modo si delineano due direzioni di lavoro interconnesse: 1. invece di ignorare la temporalità o di ridurla al calcolabile, l'architettura deve integrare la questione del tempo e dell'emergenza nel processo di design e costruzione; 2. lo spazio e l'edificio vanno concepiti tenendo conto delle specificità (non solo sessuali). Dunque, da un altro punto di vista, "il libro esplora il produttivo intervento e immersione dei corpi e della temporalità nello spazio e nell'edificio - le possibilità, esplorabili attraverso il tempo, che hanno i corpi di vivere differentemente nel mondo costruito e naturale" (p. xxi).
Fra i testi più noti dell'Autrice, si ricordano spesso Volatile Bodies (1994) e Space, Time and Perversion. Essays on the Politics of Bodies (1995): come si nota sin dai titoli, almeno in una certa fase della sua ricerca Elisabeth Grosz si è concentrata sulla corporeità. Anche in questa raccolta il corpo riveste un ruolo fondamentale e tale importanza è lampante in dichiarazioni come: "Non sappiamo cos'è un corpo, poiché un corpo è sempre in eccesso rispetto alla nostra conoscenza di esso (...). È sempre in eccesso rispetto a ogni rappresentazione" (p. 28). La corporeità sottende in maniera immediata una politica: "Un'intera pletora di teorici del corpo (...) non hanno riconosciuto la specificità sessuale del corpo o delle conoscenze, incluse le loro, e non si sono accorti della complicità nella consolidazione della patriarchìa, che è sempre al contempo un rendere neutro e una neutralizzazione del sesso femminile" (p. 40). Ancor più, la dominanza fallocentrica di queste riflessioni si lega a una tensione che mira alla dematerializzazione del corpo stesso: "La fantasia del disembodiment è quella dell'autogenesi (...); è una fantasia di controllo" (p. 43. Cfr. anche pp. 83 sgg.). Questa fantasia acuisce l'invasività nell'era iper-tecnologica contemporanea, ove si tentano utopiche strade di trascendenza dal corpo. E tuttavia, se è vero che il corpo non è solamente un nostro possesso, ma costituisce la nostra essenza, allora "non può mai esserci il pericolo di sostituire il corpo con la mente o di abbandonare il reale per il virtuale. Piuttosto, il cyberspazio, i mondi virtuali e l'ordine della computer simulation (...) mostrano che le nostre nozioni di reale, di corpo e di città fisica o storica necessitano di essere complicate e ripensate" (p. 86).
Riprendendo il titolo del libro del 1995, si noterà che accanto al corpo compaiono altri due termini, che fungono da perno della riflessione grosziana: il tempo e lo spazio. In effetti, se è vero che il cronotopo è concepibile solo se accessibile dal corpo, d'altra parte esso è necessario alla comprensione del corpo: v'è dunque una "correlazione tra concezioni storicamente specifiche di soggettività, spazialità e temporalità" (p. 32). Lo spazio è concepito arditamente come "the ongoing possibility of a different inhabitation" (p. 9) e dotato di un affascinante "potenziale erotico" (p. 10). Tradizionalmente, l'architettura tende a concepirsi come "un modo di organizzazione e modificazione spaziale" (p. 110). Tuttavia, lo spazio richiama a sua volta due differenti temporalità: "Il primo [debitore della différance derridiana] è il tempo dell'emergenza dello spazio come tale, un tempo prima del tempo e dello spazio, una temporalizzazione/spazializzazione che precede e fornisce l'organizzazione o l'emergenza dello spazio e del tempo come tali, quindi emerge prima di ogni comprensione scientifica di un continuum spazio-temporale" (ibid.); il secondo è invece il tempo "della storia, della storicità, il tempo della riflessione, il tempo della conoscenza" (p. 111). L'architettura potrebbe sfruttare la prima forma di temporalità tramite una "logica dell'invenzione" che scalzi il sillogismo aristotelico (in questo senso mi pare vada letto anche l'appello all'intuizione nell'ultimo saggio). Anche lo spazio può godere di un'interpretazione post-bergsoniana - ove lo spazio quantificato della scienza determinista viene perlomeno affiancato da uno spazio che, "come il tempo, è emergenza ed eruzione, orientato non verso l'ordinato, il controllato, lo statico, ma verso l'evento, il movimento o l'azione" (p. 116). Questa apertura al tempo rende lo spazio disponibile "alla trasformazione e alla riconfigurazione; diventa particolare, individualizzato" (p. 117): gli attributi del divenire accordati da Bergson alla durata possono essere modulati anche sulla spazialità. "Ciò implica che lo spazio stesso, essendo eterogeneo, sia multiplo, differenziale, specifico" (p. 128). E se Bergson parla di una paradossale simultaneità di passato e presente, si potrebbe di converso "considerare la spazialità in termini di coesistenza di multiple relazioni di successione" (ibid.).
Un fattore che si salda alla triade corpo-spazio-tempo è la tecnologia e il virtuale. Quest'ultimo è la "condizione di possibilità della tecnologia" (p. 13). La ragione di ciò è lapalissiana: "La virtualità non è limitata all'arena dell'innovazione tecnologica" (p. 90) e "il mondo reale è sempre stato uno spazio di virtualità" (p. 78). Attualmente, le "computer technologies e le realtà virtuali (...) reiterano le medesime vecchie presunzioni circa la neutralità sessuale e dunque le medesime obliterazioni della differenza sessuale" (p. 41). Ma una tale prospettiva è ancora una volta viziata da una concezione superficialmente protesica della tecnologia (cfr. pp. 20 e 177); al contrario, Elisabeth Grosz ritiene che "il fuori [sia] una condizione virtuale del dentro (...). Il virtuale è immanente al reale" (p. 66): "Il pensiero, la vita, è quello spazio fuori dall'attuale che è riempito da virtualità, movimenti, traiettorie che necessitano di liberazione" (p. 70). L'Autrice concepisce la virtualità in un'accezione non immaginifica, ma potenziale, latente: "Il virtuale è lo spazio d'emergenza del nuovo, dell'impensato, dell'irrealizzato che a ogni istante carica la presenza del presente con supplementarietà, raddoppiando un mondo attraverso universi paralleli, universi che potrebbero essere stati" (p. 78. Cfr. anche le pp. 86 e 129-130). V'è dunque uno scarto importante tra l'idea di virtualità e quella di realtà virtuale: la prima può offrire all'architettura "l'idea di un futuro indeterminato, non-specificabile, finalità aperta, preminenza del futuribile sul presente e sul passato, promessa non di simulazione (...) ma di (temporale) spiazzamento, non semplicemente differimento ma apertura senza-fine" (p. 89). Questa potenzialità si scontrerà necessariamente con una serie di a priori diffusi e tendenti a contenere l'impatto di questo virtuale sul reale: 1. la separazione della realtà virtuale dal reale materiale, innescando un processo di dematerializzazione della virtual reality; 2. il parallelismo fra realtà e corpo da un lato, virtualità e mente dall'altro; 3. la concezione del virtuale come sviluppo evoluzionista del reale e dello storico; 4. la credenza che lo sviluppo tecnologico non solo dematerializzi il corpo, ma superi anche l'identità e la comunità. Questi pregiudizi non sono diffusi solo negli ambienti più conservatori e/o tecnofobici, ma pure in autori che si attestano a prima vista su posizioni opposte: si pensi al caso di Paul Virilio, spesso implicitamente criticato dall'Autrice ("Non ci può essere liberazione dal corpo o dallo spazio o dal reale", p. 18; è una "fantasia" quella che immagina "un'esistenza altenativa o virtuale che possa bypassare la gravità e la pesantezza del corpo stesso", p. 52). D'altra parte, l'Autrice non è certo tecnofobica; al contrario, la sua analisi individua lucidamente i limiti e le potenzialità delle tecnologie stesse: "Il cyberspazio è stato visto come il sito di un certo cross-dressing o scambio d'identità ["Sarebbe bello poter scegliere un'identità, ma in realtà è scelta per noi", p. 23], che può essere solo fantasmatico o supplementare. Ma mentre entrare nel cyberspazio non fa dell'uomo una donna, può fargli vedere altre possibilità per essere un uomo" (p. 22).
Come già era accaduto nel caso di Baudrillard, l'Autrice recupera allora la categoria di natura: "Pensare il divenire, nella sfera della natura così come nella sfera della tecnologia, mi pare un progetto cruciale per il futuro" (p. 15). Un futuro che, con ogni probabilità sociologica, si sostanzierà nella metropoli: "Le città hanno sempre rappresentato e proiettato immagini e fantasie di corpi (...). In questo senso, la città può essere vista come una (collettiva) protesi corporea o frontiera che inquadra, protegge e alberga mentre al contempo prende le proprie forme e funzioni dai corpi (immaginari) che costituisce. Simultaneamente, le città sono i loci che producono, regolano e strutturano i corpi" (p. 49). Torna dunque in primo piano l'impegno teorico e pratico per il nostro futuro. Qui si inserisce la categoria grosziana più originale e déroutante: "Il pensiero forse è meglio attivato in between" (p. 69). "L'in-between è uno spazio strano, non diversamente dallo spazio chorico" (p. 91) del Timeo platonico: "Lo spazio dell'in-between non è uno spazio, è privo di frontiere proprie" (ibid.), è il "locus per le trasformazioni sociali culturali e naturali" (p. 92). Rifacendosi a Bergson, l'Autrice ritiene che "la questione del divenire, l'arco del movimento, [sia] il quadro più centrale. (...) L'in-between è il solo spazio di movimento, di sviluppo o divenire: l'in-between definisce lo spazio d'una certa virtualità, un potenziale che minaccia sempre di disordinare le operazioni delle identità che costituisce" (pp. 92-93).
Acknowledgments
Foreword by Peter Eisenman
Introduction
Part One Embodied Spaces (1. Embodying Space: An Interview; 2. Lived Spatiality (The
Spaces of Corporeal Desire); 3. Futures, Cities, Architecture)
Part Two Transitional Spaces (4. Architecture from the Outside; 5. Cyberspace,
Virtuality, and the Real: Some Architectural Reflections; 6. In-Between: The Natural in
Architecture and Culture)
Part Three Future Spaces (7. The Future of Space: Toward an Architecture of Invention;
8. Embodied Utopias: The Time of Architecture; 9. Architectures of Excess; 10. The Thing)
Notes
Bibliography
Index
Elisabeth Grosz (eagrosz@buffalo.edu) è australiana e insegna filosofia alla State University of New York at Buffalo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Jacques Lacan: A Feminist Introduction (London and New York 1990); Volatile Bodies: Toward a Corporeal Feminism (Bloomington [IN] 1994); Space, Time and Perversion. Essays on the Politics of Bodies (New York and London 1995).