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Soldani, Franco, La strada non presa. Il marxismo e la conoscenza della realtà sociale.
Bologna, Pendragon, 2002, pp. 336, Euro 21,50, ISBN 88-8342-137-X.

Recensione di Tommaso Redolfi Riva -15/04/2003

Filosofia politica (socialismo), Filosofia della scienza, Sociologia

Indice - L'autore

I tre separati saggi di cui si compone il libro determinano un originale angolo visuale da cui rileggere l'intero corpus marxiano e in particolare l'opera del Marx maturo, la teoria del capitale che trova la sua iniziale elaborazione nei manoscritti del 1857-58, fino all'incompiuta redazione dei tre libri che compongono Il Capitale.
Sin dalla prefazione, l'A. cerca di mostrare l'originalità della sua prospettiva attraverso un'ampia disamina della bibliografia marxista che mai ha preso in considerazione in modo specifico il rapporto che Marx instaura con l'elaborazione epistemologica sottesa ai risultati delle scienze naturali coeve.

Il fulcro della profondità analitica della teoria marxiana della società è individuato nel rapporto tra il valore e le sue forme fenomeniche, rapporto che struttura una profonda teoria del feticismo che l'A. schematizza in tre livelli: 1. la determinazione di forma di merce dei valori d'uso come determinazione naturale ed eterna dei prodotti del lavoro; 2. il denaro come naturale misura della quantità di valore all'interno delle merci; 3. la soggettivazione delle funzioni del capitale nelle figure del landlord, dell'industrial capitalist e del moneyed capitalist. Attraverso l'analisi marxiana della produzione capitalistica, vengono alla luce le mediazioni che determinano il passaggio dalla teoria del valore alle forme succitate di soggettivazione delle funzioni del capitale. Tali mediazioni rientrano nella categoria, mutuata dalla logica hegeliana, della mediazione sparita: sparisce nel senso che la merce, il denaro, il profitto e l'interesse appaiono soltanto nella loro datità, perdendo ogni legame manifesto con la loro genesi.
È nel progressivo processo di sussunzione del lavoro al capitale che il climax feticistico trova la propria effettiva causazione: attraverso la cooperazione, il costituirsi dell'organizzazione del lavoro in manifattura e il macchinismo, si determinano quelle forme fenomeniche del valore che hanno perso qualsiasi contatto manifesto con la loro genesi e si presentano, agli attori del processo, come forme eterne, comprensibili solo nella loro esistenza immediata, senza contatto alcuno con la loro sottesa struttura essenziale.
Le forme più mediate di questa azione di sussunzione rappresentano il livello più profondo dell'analisi marxiana. È nell'opposizione che si determina nell'"evolversi dell'individuo in soggetto sottoposto" (p. 31) che sta l'originalità dell'analisi marxiana della società. Questo "ossimoro concettuale che solo Marx ha saputo spiegare, deve avvenire entro la sfera dell'autodeterminazione personale e non deve avvenire entro di essa. Queste sono le condizioni del problema e come si dice Hic Rhodus hic salta!" (ibid.).
L'A. sostiene che il marxismo non ha mai saputo spiegare questa complessità teorica dell'analisi marxiana. Neppure le "apparenti nuove" tendenze interpretative del capitalismo cognitivo, attraverso le sue peculiari analisi del valore in relazione alle tendenze del capitalismo nell'era dell'informatica, riescono a determinare un'interpretazione di Marx capace di comprendere a fondo la profondità della sua teoria del feticismo.

Nel secondo saggio vengono prese in considerazione le tendenze interpretative del marxismo statunitense. La Marxian theory - che trova la sua peculiare identità nel volume di Stephen A. Resnick e Richard D. Wollf, Knowledge and class. A marxian critique of political economy (University of Chicago Press, 19892) - vuole contrapporsi a qualsiasi teoria di tipo essenzialistico che venga sviluppata da autori marxisti o non-marxisti.
L'economia neoclassica riconduce tutto l'agire sociale a "individual preferences and production technology" (cit. a p. 96), mentre il marxismo storico riduce tutto a effetto del processo economico. I due autori sostengono la necessità di pensare la compresenza di differenti cause, che vicendevolmente si determinano, per comprendere la complessità dell'agire sociale. Le categorie principali dell'analisi, che l'A. assume come paradigma per interpretare le tendenze del marxismo statunitense, sono, in ordine di importanza: overdetermination, totality e mutual constitutivity.
La prima categoria "stabilisce il divieto di poter considerare determinante una singola istanza sociale (teoria o sottosistema specifico) rispetto a tutte le altre. In società non può esservi alcuna entità sovraordinata o dominante rispetto alle diverse istituzioni del complesso" (p. 106). Nel linguaggio dei due americani, "no one process,nor any subset, can be understood as the cause of one or more other social processes" (ibid.).
La seconda categoria determina la società come una complex totality of relationship, in cui ogni parte rappresenta un che di sovradeterminato e partecipa nella sovradeterminazione stessa: "Ogni singolo sottosistema è sia un'entità dipendente dalla complessa rete di relazioni entro cui si trova, sia a constituent process of the social totalità" (p. 107).
È chiara l'avversione della marxian theory a ogni forma di determinismo: il suo principio di causazione non si determina in un rapporto lineare tra causa ed effetto. Tuttavia, se ogni parte concorre alla composizione e alla definizione della totalità, "parallelamente detta totalità esiste poi come vera e propria causa dell'individuale subset. Questa duplice relazione è in definitiva tanto ciò che assegna alle molte parti in interazione un ruolo attivo e costruttivo nella configurazione dell'intero, quanto ciò che le rende dipendenti dalla loro cornice d'insieme, concepita in questo caso come l'istanza che le istituisce, che pone la loro esistenza" (pp. 108-109). La mutual constitutivity si determina come il necessario corollario al rapporto fra overdetermination e totality, istituendo l'impossibilità che nessuna delle componenti della totalità possa essere considerata, nel processo di formazione della società, come gerarchicamente superiore alle altre.
Per quanto l'A. accolga con entusiasmo le ragioni di fondo che muovono la marxian theory, ovvero la necessità di superare la tradizione del marxismo storico novecentesco e la costruzione di una specificità teorica che si distanzi dall'economia neoclassica, considera il progetto dei due autori americani non del tutto riuscito.
Un primo problema viene individuato nella categoria della overdetermination, per cui nella totalità non sarebbe possibile determinare un sottosistema dominante, una struttura essenziale che si costituisca come sottosistema "in grado di dettare in un certo senso le regole evolutive - le famose 'leggi di sviluppo' del modo di produzione capitalistico ipotizzate da Marx - dell'intero sistema" (p. 111). Citando i Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, e in particolare la cosiddetta Introduzione del '57, l'A. insiste sull'effettiva presenza, nella teoria marxiana della società, di una gerarchia tra le categorie, di una determinazione dei livelli di comprensione del modo di produzione capitalistico e conseguentemente della strutturazione di un livello essenziale e di un livello apparente (Erscheinung): "Non v'è dubbio alcuno sull'esistenza di questo sottosistema, giacché è proprio esso che permette a Marx di chiarire tanto la specificità storica del modo di produzione capitalistico rispetto a tutte le formazioni che lo hanno preceduto, quanto la natura preformata, l'intrinseca forma determinata, delle varie istanze sociali e dei processi che esse mettono in moto" (p. 113).
Ciò che l'A. tende a mettere in luce è la conseguenza teorica paradossale che deriva dalla tematizzazione, come viene attuata dai due autori americani, della categoria di overdetermination: se ogni istanza ha la stessa importanza nella strutturazione della totalità sociale, ciò implica "necessariamente che anche le diverse teorie vengano concepite nello stesso modo" (p. 114). Ci dicono infatti i due americani che "all theories erect their own truth criteria, their own standards for testing newly produced statements and so forth" (ibid.). Ogni teoria "dà forma al proprio set di categorie, ai propri criteri di accertamento, al proprio oggetto di ricerca, persino alla propria interpretazione del processo di pensiero, sulla base apparentemente di proprie esclusive decisioni epistemologiche" (p. 115): come conseguenza della tematizzazione della categoria di overdetermination, finisce ogni standard epistemologico di controllo dei differenti modelli conoscitivi, essendo ognuno di essi referente esclusivo del proprio specifico criterio di verità.
La critica alla marxian theory continua in modo serrato e analitico, mostrando come non riesca a mantenere fede alle intenzioni innovative degli autori, rimanendo incastrati nei rompicapi in cui già la tradizione marxista novecentesca era inciampata.

Il terzo saggio pare quello maggiormente teorico e innovativo, rendendo i primi due una sorta di lunga prefazione volta a esplicitare le ragioni dell'originale prospettiva in cui l'A. interpreta Marx in rapporto ai paradigmi di scientificità che si andavano costituendo nel corso del XIX secolo.
In un primo momento, grosso modo fino all'esilio a Londra, il rapporto di Marx con la scienza è mediato quasi interamente dal sensismo materialista settecentesco. Con l'approdo nella Londra della British Library, l'A. sostiene che Marx sia venuto in contatto con il dibattito scientifico dell'epoca, attraverso le riviste che si occupavano espressamente di scienza (i 'Proceedings' della Royal Society, la 'Edimburgh Review', la 'Quartely Review') e direttamente con le opere degli scienziati, spesso consigliategli da Engels. Fondamentale per questo tipo di ricerca sono risultati i volumi del Marx-Engels Gesamtausgabe, che riportano il catalogo dei libri presenti nella biblioteca privata di Marx ed Engels.
A questo punto, l'A. analizza quelle che definisce "idee basilari del pensiero di Marx (...), punti cardine del suo intero paradigma teorico" (p. 178), con l'intento di ricercarne le radici nel pensiero scientifico dell'epoca. Partendo dalla celebre frase del terzo libro del Capitale - "Ogni scienza sarebbe superflua se l'essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero" (cit. a p. 178) -, si riconduce il pensiero marxiano, e specificamente la relazione tra essenza e forme fenomeniche, alla questione del rapporto che si determina tra causa ed effetto. In Marx il mondo fenomenico, quello che è immediatamente percepibile attraverso la sensibilità, trova la propria ragion d'essere in un sostrato essenziale, la cui forma fenomenica è l'unica espressione sensibilmente percepibile. La peculiarità di questo modo di intendere il procedimento scientifico di disvelamento dell'essenza dalle strutture fenomeniche si trova all'opera in tutta l'elaborazione marxiana della teoria del capitale. Ma la radicalità dell'intendimento marxiano è ancor più di profonda: gli agenti del processo percepiscono soltanto le forme fenomeniche e l'economia politica non raggiunge lo status di scienza proprio perché alle forme fenomeniche rimane legata. Essa non riesce a superare la datità empirica e perciò cade nel feticismo: "La forma definitiva dei rapporti economici, quale si manifesta alla superficie, nella sua esistenza reale, e quindi l'idea che gli agenti attivi e passivi di tali rapporti cercano di farsene per arrivare a comprenderli, differiscono considerevolmente dalla intima, essenziale, ma nascosta struttura fondamentale di questi rapporti e dal concetto che ad essi corrisponde, anzi ne rappresentano addirittura il rovesciamento, l'opposto" (pp. 179-180). Questo rapporto complesso tra essenza e forme fenomeniche viene accostato al rapporto tra cause ed effetti che caratterizza il paradigma scientifico newtoniano. Soldani inizialmente prende in considerazione uno dei più importanti divulgatori di Newton del XVIII secolo, Colin MacLaurin, la cui opera era conosciuta da Marx. MacLaurin sostiene che la conoscenza umana non penetra nell'intima sostanza degli oggetti, percepisce soltanto le forme fenomeniche - la figura, il colore, la superficie - ma niente di ciò che dell'oggetto si manifesta ha immediatamente a che fare con la sua sostanza. La legalità della natura non è percepibile immediatamente nelle forme che si manifestano alla nostra sensibilità; è tuttavia dalla razionalità umana supponibile, congetturabile, una struttura essenziale regolativa delle forme fenomeniche.
Questa impostazione scientifica viene considerata universalmente condivisa dalla comunità scientifica del tempo, e a sostegno di questa tesi l'A. porta moltissimi esempi: René Haüy, Maurice Becquerel, Johannes Müller, ma soprattutto John William Hershcel e Thomas Henry Huxley, di cui Marx conosceva la produzione scientifica. Tuttavia, la coincidenza fra la teoria di Marx e questa concezione non è totale.
I soggetti del processo di produzione capitalistico non comprendono il mondo fenomenico nel quale si muovono come la forma fenomenica di un sostrato essenziale che ne è alla base: a esso rimangono legati, comprendendolo quale naturale presupposto su cui si instaura la loro azione individuale.
Benché la categoria epistemologica fondamentale nell'elaborazione marxiana trovi una legittimazione nella scienza dell'epoca, è necessario determinare la specificità dell'ambito nel quale Marx compie la sua ricerca: la scienza può presupporre la natura come contesto altro, la teoria marxiana non può fare questo con l'analisi della società. Il discrimine tra la scienza della natura e la scienza della società è che la prima ha a che fare con un oggetto che può essere presupposto altro rispetto alla razionalità umana, mentre la seconda ha a che fare con un oggetto storico definito e del tutto particolare, la cui forma fenomenica dev'essere compresa nella sua genesi e nella sua struttura essenziale. "Del resto, mentre per l'intelletto scientifico il principio di causalità può rimanere sullo sfondo in guisa di idea regolativi per lo studio legisimile dei fenomeni naturali, per l'interpretazione della società capitalistica era indispensabile a Marx correlare i due livelli attraverso una mediazione capace di spiegare come si passa dall'uno all'altro e come agisse la determinazione da parte della causa più profonda. Senza questa delicata (...) dimostrazione sarebbe stato impossibile spiegare attraverso quali caratteri specifici la tendenza interna si rappresenta poi nel suo mondo di superficie, imprimendovi il suo marchio" (p. 195).
Nella scienza della natura si determina quel particolare rapporto tra fenomeno ed essenza, ma la tensione esplicativa è tutta volta alla conoscenza del fenomeno; nella teoria marxiana della società non solo il fenomeno deve essere ricondotto alla sua struttura essenziale, ma analiticamente si devono ripercorrere tutte le mediazioni che intercorrono tra l'essenza e le sue manifestazioni. Se si pensa alla teoria del valore, alla sua esplicazione del concetto di merce quale sinolo di valore d'uso e valore fino alla determinazione della totalità della circolazione, e ancora dalla circolazione alla produzione sussunta al capitale fino alle forme fenomeniche percepibili del profitto e dell'interesse come forme mistificate del plusvalore, si scorge con chiarezza l'elaborazione marxiana, la comprensione della genesi delle forme fenomeniche attraverso la loro struttura essenziale, la teoria del valore e del plusvalore, e da essa la genesi delle forme fenomeniche.
Categoria fondamentale in quest'analisi, mutuata direttamente dalla logica hegeliana, è la di mediazione sparita (verschwundene Vermittlung). Le forme fenomeniche, le forme più mediate, le forme derivate dalla tendenzialità del sostrato essenziale risultano, agli occhi degli agenti del processo di produzione delle forme immediate, presupposti naturali, datità immutabili. Quello che Marx concepisce come feticismo non è solo la constatazione dell'incapacità dell'economia classica di concepire la storicità del modo di produzione: il feticismo è l'incapacità di concepire una struttura essenziale che non si manifesta nella sua datità, ma che va compresa attraverso una analisi che superi l'immediatezza fenomenica per sprofondare nella struttura essenziale, e da essa concepire tutte le mediazioni fino a ritornare alle forme fenomeniche.

Dall'esplicitazione della dialettica del valore si passa all'analisi dell'avversione che Marx ed Engels mostrano nei confronti del metodo scientifico dell'epoca, dominato dall'approccio empirista e fondato sull'induzione baconiano-newtoniana. L'A. si sforza di spezzare questo presupposto dell'analisi marxiana attraverso una specifica disamina dell'approccio epistemologico alla teoria dei più importanti scienziati dell'epoca.
Il nome di Thomas Henry Huxley è il primo che appare: egli parla di invention di ipotesi verificabili attraverso le quali "to go beyond the fact" (cit. p.236). Le congetture della ragione servono a colmare la finitezza e l'imperfezione della nostra osservazione e si determinano come "l'unica via percorribile per poter arrivare ad una spiegazione dei fenomeni naturali in qualche modo intelligibile al nostro intelletto" (ibid.). Huxley polemizza apertamente con l'approccio baconiano alla metodica scientifica: certamente le prime fonti della conoscenza sono "the facts of Nature" (cit. p. 237), ma al contempo è impossibile pensare l'esistenza della materia se non esiste una mente nella quale essa si possa imprimere. Tutti i principi della scienza fisica, per Huxley rappresentano nostre 'assumptions' o 'axioms' ed è attraverso questa natura convenzionale delle conoscenze che è possibile "the reconciliation of physics and metaphysics, sotto il segno della ragione scientifica e della sua impalcatura ipotetico-simbolica" (p. 238). L'A. insiste sulla natura non materialistica del modello epistemologico huxleyano, se con l'aggettivazione materialistica "si vuol designare una concezione non idealista della realtà" (p. 239). Da questo punto di vista, l'affermazione di Huxley per cui "what we call the material world is only known to us under the forms of the ideal world" non è fraintendibile: "Tutto quello che di sensato possiamo dire intorno alla costituzione del mondo fisico, ai suoi fenomeni e alle regolarità che ne governano la proliferazione e lo sviluppo complesso ha natura esclusivamente congetturale e discende dall'attività concettuale della nostra mente" (cit. p.239).
L'impostazione epistemologica di Huxley non è isolata: Johannes Peter Müller, Theodore Schwann, Jakob Schleiden, William Boyd Carpenter, Adolphe Wurtz - nomi senz'altro conosciuti da Marx ed Engels - propongono una posizione epistemologica che si richiama al costruttivismo convenzionalista.
La domanda che l'A. si pone è il perché questo paradigma non sia stato minimamente avvertito da Marx e da Engels, né per criticarlo né per condividerlo. Le risposte sono molteplici: 1. queste tendenze epistemologiche, benché esplicite, erano poco visibili e non ancora ufficialmente accreditate; 2. questa nuova concezione epistemologica non aveva ancora prodotto un lavoro organico ove essa si presentava in modo sistematico; 3. l'esplicita avversione di Marx ed Engels verso l'idealismo. A queste risposte di natura accidentale se ne aggiunge una più convincente perché trova all'interno dell'elaborazione concettuale marxiana la propria ragione: Marx sembrerebbe più interessato a trovare nella scienza coeva una conferma della sua interpretazione del modo di produzione capitalistico, piuttosto che ad approfondire la logica epistemologica o la teoria della conoscenza che sottende i risultati positivi delle scienze.
Una volta chiarita l'intima relazione fra il costruttivismo convenzionalista e il rapporto che nella teoria marxiana intercorre fra la struttura essenziale che si esplica nella teoria del valore e le forme fenomeniche nelle quali si mostra, l'A. polemizza coi centocinquant'anni di marxismo che mai hanno preso in considerazione il rapporto fra la teoria marxiana e il paradigma epistemologico che si stava determinando. Naturalmente l'A. non esaurisce la ricerca, la direziona piuttosto verso la necessaria reinterpretazione di tutte le più importanti categorie marxiane. Non solo, la critica si rivolge alla sociologia di stampo empirista, la cui dichiarata aderenza ai fatti, attraverso questa 'nuova' interpretazione del rapporto mente/mondo, si dimostra contraddittoria e incoerente nei confronti delle scienze della natura, al cui paradigma scientifico dice di richiamarsi.

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CAPITOLO PRIMO: La riproduzione del capitale. Una critica delle interpretazioni più recenti
CAPITOLO SECONDO: Tendenze del marxismo statunitense
CAPITOLO TERZO: Marx e la scienze. Come il pensiero scientifico ha dato forma alla teoria della società di Marx

L'autore Torna all'inizio

Franco Soldani vive tra l'Italia e la Germania. Studioso della società e della tradizione marxista, lavora per una riformulazione critica della teoria di Marx alla luce del pensiero scientifico contemporaneo. Tra le sue pubblicazioni: Il cristallo e l'organismo. Natura e struttura del modo di produzione capitalistico (Punto Rosso, 1994) e Sistemi di conoscenza e potere nella società capitalistica. Realtà e razionalità da Spinosa e il costruttivismo radicale (Pellicani, 1997).


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