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Eliade, Mircea, L'Île d'Euthanasius.
Tr. fr. di A. Paruit, Paris, L'Herne, (Essais), 2001, pp. 194, Euro 18, ISBN 2-85197-224-3.
Eliade, Mircea, Une nouvelle philosophie de la lune.
Tr. fr. di A. Paruit, Paris, L'Herne, (Essais), 2001, pp. 170, Euro 18, ISBN 2-85197-226-X.
[Ed. or.: Insula lui Euthanasius, Bucaresti, Fundatia Pentru Literasi Arta, 1943]

Recensione di Marco Enrico Giacomelli - 01/10/2002

Antropologia (mito), Estetica, Filosofia della religione, Filosofia orientale, Filosofia teoretica (metafisica)

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Mircea Eliade non è uno studioso agevole da collocare nella storia di questo secolo breve. I suoi pur mediati rapporti con l'ideologia di Codreanu, solo per citare un esempio, lo rendono un personaggio scomodo anche per la nouvelle (?) droite. Ma non è solo la biografia del rumeno a far discutere: le sue tesi più peculiari, infatti, sono di natura altrettanto "tradizionalista" - incentrate su un rapporto tra mito e storia nel quale il primo termine, in quanto ierofanìa, trascende il secondo. Sarebbe tuttavia ingiustificato porre all'indice un'opera tanto ricca senza averne colto gli spunti fecondi: con le debite distinzioni del caso, non vorremmo più assistere alle aprioristiche condanne che hanno colpito pensatori come Heidegger e Musil, Nietzsche e Céline. E se chi scrive non teme di dichiararsi d'idee che si discostano nettamente da quelle di Eliade, ciò non toglie che l'onestà intellettuale richieda che un'attenta lettura preceda l'affondo più spietato.
Non dobbiamo poi dimenticare l'enorme vuoto lasciato dall'accademia italiana negli studi di orientalistica, cosicché sino a pochi anni fa chi fosse interessato ad approfondire certi temi si sarebbe trovato costretto a leggere Julius Evola. Non che questi non vada studiato, ma quali alternative si possedevano non essendo abbastanza "specializzati" per affrontare qualche tomo universitario, magari neppure disponibile in versione italiana?

Ma torniamo a Eliade: le parigine Editions de L'Herne - che ormai da più di trent'anni pubblicano i celebri Cahiers (quello dedicato al rumeno è del 1977) - hanno recentemente dato alle stampe due raccolte di saggi che uscirono in un unico volume a Bucarest nel 1943. Gli argomenti affrontati nei quarantatré articoli sono assai varî e danno la cifra dell'enorme cultura dell'A. e del suo acuminato senso critico. Spesso l'occasione è dettata dalla pubblicazione di un libro o da una ricorrenza - ma dopo poche pagine o addirittura qualche rigo, Eliade imbastisce immancabilmente un discorso autonomo e coinvolgente, sempre dotato di limpida chiarezza e piglio sistematico.
Si possono individuare, a titolo di esempio, alcuni temi e questioni ricorrenti che permettono di tracciare una sorta di cartografia degli interessi del rumeno.

In primo luogo vi sono le riflessioni di natura mitologica e folklorica, che spesso prendono spunto da autori e testi rumeni: ma, come si diceva poc'anzi, si tratta sempre di pretesti per imbastire discorsi più ampî. Così, analizzando un episodio del Cezara di Mihai Eminescu (ne L'Île d'Euthanasius), Eliade riflette "freudianamente" sul significato opposto che sovente rivestono i simboli ancestrali (l'isola come simbolo della creazione e/o, al contrario, come trascendenza rispetto al divenire creato. Cfr. pure Le symbolisme de l'arbre sacrée). Oppure, analizzando alcune opere di suoi concittadini, accenna diverse ipotesi sulla simbologia della porta (in Thèmes folkloriques et création artistique). Non mancano però accenti marcatamente nazionalisti, come quando si legge: "C'è in permanenza, in ogni fenomeno rumeno registrato dalla storia, una forza spirituale centripeta che mantiene l'unità della nazione, l'unità della lingua, l'unità della vita religiosa (...) benché i vicini siano di altre razze e abbiano altri ritmi storici" (p. 138 [A]).

Alcune tesi costituiscono un "filo rosso" attraverso questi saggi: in primis, la convinzione che i materiali folklorici possano servire "ad una conoscenza altra rispetto a quella proposta dalla filosofia della cultura, cioè che questioni direttamente collegate all'uomo, alla struttura e ai limiti della sua conoscenza possano essere studiate in maniera tale da avvicinarsi a una soluzione definitiva se si parte dai dati folklorici ed etnografici" (p. 31 [A]). Più o meno sotterranea è poi la critica allo storicismo, specie quando si tratta di religiosità: tra i peggiori "oltraggi che si possano far subire ad una tradizione religiosa, v'è [quello di] considerarla come un fatto esclusivamente storico" (p. 131 [A]. Nel 1931 Eliade definisce in questo modo la storia: "(...) Una articolazione di cammini spirituali sotterranei e non una semplice cronologia", p. 180 [A]). In quest'ottica si possono leggere le pagine dedicate all'Illuminismo - tra le più "conservatrici" di questi testi -: risulta piuttosto scomposto il livore col quale Eliade si scaglia contro l'Encyclopédie, "molto più falsa e zeppa di superstizioni di quanto avrebbe immaginato il detrattore più fanatico della Rivoluzione" (p. 133 [A]). Dunque, "la superstizione, la frode, la mistificazione paiono definire il XVIII secolo meglio del "razionalismo" e dei "Lumi"" (p. 134 [A]). E ciò che fonda tale abbaglio è il mito della religione naturale. In sintesi, "più penetriamo il senso della "storia", più la sua funzione appare paradossale; poiché ciò che fu non si dimostra sempre inferiore a ciò che è. (...) La storia corrompe" (pp. 45-46 [B]).

Riveste un certo interesse storico anche la critica della psicoanalisi, intesa nella fattispecie come canone ermeneutico applicato alla mitologia: Eliade utilizza espressioni particolarmente aggressive per definire il "punto di vista maniaco dei freudiani che hanno cercato di spiegare i miti e i riti attraverso la psicoanalisi" (p. 17 [A]). L'A. è convinto che certi simboli universali (dunque, sempre secondo Eliade, non interpretabili secondo il metodo onirico) riemergano nelle opere d'arte grazie ad un'intuizione "extrarazionale" (p. 18 [A]): in un certo senso, si tratta di rivelazioni che possono essere chiarite dal critico al fine di comprendere meglio le opere stesse o, in altre parole, per realizzare "le condizioni più propizie per una perfetta contemplazione estetica" (p. 19 [A]. Cfr. anche il saggio su Les "degrés" de Julien Green: "Il simbolo si apre un cammino e rischiara a suo modo l'opera intera, all'insaputa dell'autore o meno", p. 28 [A]; e Italo Svevo, il quale avrebbe "giustificato tutto il suo racconto grazie a qualche pagina che menziona la psicoterapia", p. 131 [B]).

Una tesi che invece percorre l'intera opera di Eliade è la certezza che le culture "tradizionali" ("Con ciò si intende ogni cultura - sia etnografica ("primitiva"), sia storica - dominata nella sua totalità da norme la cui validità religiosa o cosmologica (metafisica) non è messa in dubbio da alcun membro della comunità", p. 56, n. 1 [A]) esprimano rigorosamente un simbolismo che dev'essere interpretato secondo una prospettiva transculturale e cosmologico-metafisica: "Tutto ciò che esprime una cultura arcaica (...) riveste una significazione metafisica" (p. 47 [B]). In questo senso va compreso il lungo saggio sul tempio giavanese di Barabuduri, nonché l'affermazione dal sapore gioachimita secondo cui "numerosissimi segni indicano che stiamo entrando in un'epoca che sarà dominata dal simbolo e non dall'analisi" (p. 8 [B]).
Le varie note sull'arte asiatica stimolano poi un confronto con la ricezione di essa che si ebbe nello stesso periodo in Francia (si pensi, ad esempio, a Daumal e Artaud, oltre ad autori citati dallo stesso Eliade come Guénon). Contestualizzando gli scritti del rumeno (quelli sull'arte e l'iconografia indiana, giusto per citarne un paio, risalgono al 1932), è certo apprezzabile la chiarezza con la quale viene compresa certa estetica orientale: "(...) Prima di trovarsi di fronte a un'opera d'arte, ci si trova di fronte a una creazione della quale si deve scoprire l'essenza metafisica", dunque è "indispensabile lo sforzo di astrazione" (p. 87 [A]). Ciò perché l'arte indiana e quella "arcaica" non si pongono il problema della mimesis: esse creano come la natura ma non copiano le sue creature; in altre parole, "l'artista indiano copia il gesto della natura e crea egli stesso" (p. 88 [A]. Cfr. anche p. 50 [B]). Solo così si comprende pure il lato tecnico: l'assenza di prospettiva non si deve a una penuria dei mezzi di realizzazione, bensì deriva dall'assumere un punto di vista non verosimile ma funzionale, qualitativo.

Infine, non possiamo esimerci dal ricordare alcuni nomi che attraversano con insistenza i saggi di Eliade. Innanzitutto "orientalisti" come Ananda Coomaraswamy, René Guénon e Julius Evola, oltre a classici della riflessione religiosa e mitologica come Rudolf Otto ("(...) Il più fecondo e originale dei genî che abbia conosciuto la filosofia religiosa dopo Schleiermacher", p. 127 [B]). Poi alcuni rumeni piuttosto misconosciuti attualmente, e in particolar modo Lucian Blaga. Ma non vanno dimenticati anche numerosi letterati, ai quali Eliade dedica parecchi saggi: se a G.B. Shaw sono riservate aspre critiche, per Butler vengono spese parole assai acute sull'autobiografismo, mentre Women in Love di Huxley viene definito "il solo libro geniale donato dalla letteratura inglese del dopoguerra" (p. 71 [B]). E, ancora, vanno menzionati G.K. Chesterton ("(...) Il suo [dell'Inghilterra] più grande saggista contemporaneo", p. 89 [B]), B.F. Cummings, Miguel de Unamuno (il creatore di un "imperialismo spirituale iberico", p. 110 [B]). Per finire - e per ricollegarci a quanto si diceva in apertura -, i due nomi italiani che più spesso compaiono sono quelli di Giovanni Papini e di Gabriele D'Annunzio: il primo "pronto a farsi volontario in caso di mobilitazione" (p. 141 [B]) in Etiopia contro gli inglesi, il secondo "troppo poeta per elevare la sua prosa all'altezza della sua vita e del suo motto: "Me ne frego"" (p. 155 [B]).

Dal punto di vista editoriale, l'unico rammarico è la mancanza di una nota redazionale che indichi l'edizione originale e le notizie relative alla prima pubblicazione; viene comunque fornita la data in calce ad ogni pezzo e ciò può bastare ampiamente al lettore che non debba risalire all'originale rumeno.

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L'Île d'Euthanasius [A]

L'Île d'Euthanasius
Les "degrés" de Julien Green
Le folklore comme instrument de connaissance
Thèmes folkloriques et création artistique
Barabudur, temple symbolique
La conception de la liberté dans la pensée indienne
Notes sur l'art indien
Notes d'iconographie indienne
Ananda Coomaraswamy
Un savant russe à propos de la littérature chinoise
Le journal de Sei Shonagon
Journaux de peintres: l'Alaska et les Marquises
De vieilles controverses...
"Les Lumières" du XVIIIe siècle
Le musée du Village roumain
L'histoire de la Médicine en Roumanie
Un nouveau genre de littérature révolutionnaire
A propos d'une éthique du pouvoir
Lucian Blaga et le sens de la culture
Joachim de Flore
Un épisode de Perceval
Index des noms roumains

Une nouvelle philosophie de la lune [B]

Une nouvelle philosophie de la lune
Locum refrigerii
Avant le miracle grec
Avant et après le miracle biblique
Entre Eléphantine et Jérusalem
Le symbolisme de l'art sacré
George Bernard Shaw et la vierge noir
Samuel Butler
Aldous Huxley
G. K. Chesterton
Barbellion
L'Espagne de Unamuno
Unamuno et le mythe espagnol
Por oposición
En Espagne et en Roumanie
A la mort de Rudolf Otto
Italo Svevo
Papini, historien de la littérature italienne
Une nouvelle vie de "Gianfalco"
D'Annunzio inconnu
D'Annunzio posthume
Au sujet de Gobineau
Index des noms roumains

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Mircea Eliade (Bucarest 1907 - Chicago 1986) è stato uno dei più grandi storici delle religioni. Ha firmato in particolare alcuni studi fondamentali su sciamanesimo, yoga ed alchimia, oltre a numerosi romanzi. Pietro Angelini ha recentemente curato un saggio sul pensatore rumeno: L'uomo sul tetto. Mircea Eliade e la "storia delle religioni" (Torino 2002).

Links Torna all'inizio

Mircea Eliade, a cura di Bryan S. Rennie - Westminster College

Rassegna SWIF

Un brano di Mircea Eliade su Dioniso o le beatitudini ritrovate

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