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Bennato, Davide, Le metafore del computer.
Roma, Meltemi (coll. Ricerche), 2002, pp. 143, Euro 13,50, ISBN 88-8353-203-1

Recensione di Francesco Giacomantonio - 17/03/2003

Sociologia (tecnica), Filosofia della scienza (computer)

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Attraverso una prospettiva che può ricondursi alla sociologia della conoscenza, in questo agile testo l'A. ricostruisce la storia dell'affermazione del computer nella società e la dimensione simbolica e di senso che esso ha avuto da idea embrionale a elemento reale.
L'argomentazione si apre con la questione del modo in cui la scienza sociale può studiare la dimensione tecnologica in generale. In tal senso, l'A. rifugge il cosiddetto ‘determinismo tecnologico' che vede il computer "machina ex deo" (p. 17) e secondo cui, in generale, la storia può essere guidata dalla tecnologia. Egli si richiama piuttosto agli studi che analizzano il rapporto tecnologia-società sotto l'etichetta di ‘modellamento sociale della tecnologia'. Questo approccio considera quali fattori sociali influenzano lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie: concetti portanti diventano quelli di scelta conscia o inconscia della progettazione, negoziabilità della tecnologia, irreversibilità e chiusura dell'artefatto tecnologico, costruzione sociale del mercato e del consumatore, fino a giungere al ruolo dell'ideologia e al processo di appropriazione sociale della tecnologia.
L'A. salda dunque lo studio della tecnologia, e in particolare del computer, alle dimensioni sociali e culturali. Il computer è "espressione di una configurazione simbolica" (p. 32), intendendo per configurazione un metaconcetto e una metafora che ha: 1. un senso nell'interpretazione del gruppo sociale che la produce; 2. una struttura che dipende da regole; 3. un uso sociale che ne fa il gruppo che la produce. Il computer appare così tecnologia caratterizzata, poiché il suo sviluppo è contestuale a una configurazione simbolica; ed è altresì una tecnologia caratterizzante, perché sviluppa legami non solo metaforici con la scienza, la filosofia e la letteratura di una data cultura.

Nel secondo capitolo, si può allora ripercorrere l'evoluzione dell'apertura interpretativa dell'artefatto computer, da strumento di calcolo a mezzo di comunicazione. Alla base dell'idea del computer, l'A. individua un preciso paradigma scientifico, quello meccanicista.
Hobbes, con la sua visione della razionalità come forma di calcolo, e Cartesio, che sviluppa l'idea di rappresentazione mediante simboli, appaiono primordiali anticipatori dell'intelligenza artificiale. Ma è nel pensiero di Leibniz che ha origine la metafora dell'uomo come macchina. Turing, invece, prefigura la possibilità di una macchina che può fare tutto quello che fa l'uomo, attraverso la manipolazione di simboli opportuni. L'idea  che enfatizza il rapporto uomo-macchina si concretizza, tuttavia, solo con la cibernetica di Wiener, che pone le basi per una nuova dimensione della comunicazione. Il meccanicismo comunicativo insito nella cibernetica e sottolineato da Breton sarà compiutamente elaborato nella disciplina dell'intelligenza artificiale e nella scienza cognitiva. L'intelligenza artificiale ha istituzionalizzato lo studio meccanicistico della mente dell'uomo basato sulla nozione di elaborazione dei simboli; viene tuttavia criticata da Dreyfus che, attraverso affermazioni tipiche della filosofia fenomenologica, nega la possibilità di considerare l'uomo alla stregua di un dispositivo meccanico o simbolico a causa delle caratteristiche ontologiche del comportamento umano. Altre critiche di ordine metodologico e etico verranno da Weizenbaum, autore del programma Eliza di intelligenza artificiale.
Il passaggio del computer a strumento di comunicazione viene individuato dall'autore in "tre teorici visionari: Vannevar Bush, John Licklider, Douglas Engelbart" (p. 71). Bush, con l'ipotesi operativa della macchina memex, basata sulla capacità dell'associatività concettuale, contribuisce a dare la definizione di un ipertesto. Licklider insiste sull'idea di simbiosi uomo-macchina, mentre Engelbart elabora il concetto di potenziamento dell'intelletto umano come base per sviluppare nuovi strumenti per lavorare con il computer. Questa evoluzione del computer porta Engelbart a rappresentare l'istituzionalizzzione della capacità cognitiva umana di utilizzare rappresentazioni simboliche astratte.

L'A. può così pervenire ad analizzare come il computer, dopo l'evoluzione della sua dimensione concettuale, diventi mezzo di comunicazione che esce dai gruppi sociali meramente scientifici per diffondersi in tutta la società. Seguendo esplicitamente l'impostazione sociologica di Berger e Luckmann (il riferimento è il loro classico La realtà come costruzione sociale [1966], trad. it., Bologna 2000), si propone di studiare la messa in opera del "processo di legittimazione del computer" (p. 89). Indicativa in tal senso appare la controversia Edvac-Ace, che esemplifica il rapporto tra potere e tecnologia del computer: Edvac e Ace sono due rapporti sul modo di intendere il computer, opere rispettivamente di von Neumann e Turing. Sintetizzando la descrizione che l'A. fa dei due rapporti, si può dire che il primo è interessato al concetto di calcolo, il secondo a quello più complesso di computazione. Il modello che ha la meglio è quello di von Neumann, e l'A. spiega le motivazioni sociologiche di questo successo, che si legano al fatto che von Neumann lavorasse negli USA, destinati a diventare centro potere politico ed economico mondiale, e che il suo lavoro aveva un bacino maggiore di utenti potenziali.
Nel periodo tra le due guerre mondiali, l'apparato militare è stato l'elemento che ha permesso dal punto di vista finanziario e ideologico la messa in opera dei processi di legittimazione del computer. Nell'immediato dopoguerra, questo ruolo è svolto dall'apparato economico. Ma è l'idea  della società dell'informazione come controllo che ha permesso che il rapporto tra imprese e tecnologie per il trattamento delle informazioni cominciasse a diventare proficuo e "la retorica su terziarizzazione e tecnologie informatiche tipica del postindustriale ha saldato definitivamente questo rapporto" (p. 114).
La parte conclusiva del libro è dedicata al caso Altair, ritenuto punto d'origine dell'informatica di massa. Si trattava di un computer sviluppato alla fine degli anni Sessanta  da una piccola azienda di elettronica di consumo, la  MITS. Altair non aveva ancora le caratteristiche del personal computer: l'A. lo definisce "artefatto sottoposto a flessibilità interpretativa, la cui chiusura definitiva è rappresentata dall'Apple II di Steve Wozniack e dal personal computer dell'IBM del 1981" (pp. 125-126).

Attraverso riferimenti puntuali e chiarimenti dei principali caratteri tecnici delle tecnologie informatiche di cui si parla, questo libro consente al lettore di comprendere i passaggi concettuali, sociali e storici che coinvolgono il computer inteso come macchina tecnica e simbolica. Altresì ci ricorda la dimensione di possibile costruzione sociale di qualsiasi elemento che compare nella realtà umana: una dimensione ermeneutica che, accompagnando la riflessione, rende il nostro pensiero più libero e talvolta riesce nella magia di rubare un sorriso mentre ci svela il carattere contingente, contestuale e immaginativo di ciò che appariva assoluto.

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Prefazione
I. Il computer tra tecnologia e società
II. Il computer da dispositivo scientifico a strumento di comunicazione
III. Il computer come forma del potere.

L'autore

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Davide Bennato è assegnista di ricerca  presso la facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università di Roma "La Sapienza". Tra i sui testi si segnalano: Reti e processi comunicativi nella globalizzazione (1999), Reti. Comunicazione e infrastruttura (2002) e Gli archivisti di Babele. Privacy e informazione in rete (2002).


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