Bennato, Davide, Le metafore del computer.
Roma, Meltemi (coll. Ricerche), 2002, pp. 143, Euro 13,50, ISBN 88-8353-203-1
Sociologia (tecnica),
Filosofia della scienza
(computer)
Indice - L'autore
Attraverso una prospettiva che può ricondursi alla sociologia della
conoscenza, in questo agile testo l'A. ricostruisce la storia dell'affermazione del
computer nella società e la dimensione simbolica e di senso che esso ha avuto da
idea embrionale a elemento reale.
L'argomentazione si apre con la questione del modo in cui la scienza sociale
può studiare la dimensione tecnologica in generale. In tal senso, l'A. rifugge
il cosiddetto ‘determinismo tecnologico' che vede il computer "machina ex deo"
(p. 17) e secondo cui, in generale, la storia può essere guidata dalla
tecnologia. Egli si richiama piuttosto agli studi che analizzano il rapporto
tecnologia-società sotto l'etichetta di ‘modellamento sociale della
tecnologia'. Questo approccio considera quali fattori sociali influenzano lo sviluppo e
la diffusione delle tecnologie: concetti portanti diventano quelli di scelta conscia o
inconscia della progettazione, negoziabilità della tecnologia,
irreversibilità e chiusura dell'artefatto tecnologico, costruzione sociale del
mercato e del consumatore, fino a giungere al ruolo dell'ideologia e al processo di
appropriazione sociale della tecnologia.
L'A. salda dunque lo studio della tecnologia, e in particolare del computer, alle
dimensioni sociali e culturali. Il computer è "espressione di una configurazione
simbolica" (p. 32), intendendo per configurazione un metaconcetto e una metafora che
ha: 1. un senso nell'interpretazione del gruppo sociale che la produce; 2. una
struttura che dipende da regole; 3. un uso sociale che ne fa il gruppo che la produce.
Il computer appare così tecnologia caratterizzata, poiché il suo sviluppo
è contestuale a una configurazione simbolica; ed è altresì una
tecnologia caratterizzante, perché sviluppa legami non solo metaforici con la
scienza, la filosofia e la letteratura di una data cultura.
Nel secondo capitolo, si può allora ripercorrere l'evoluzione dell'apertura
interpretativa dell'artefatto computer, da strumento di calcolo a mezzo di
comunicazione. Alla base dell'idea del computer, l'A. individua un preciso paradigma
scientifico, quello meccanicista.
Hobbes, con la sua visione della razionalità come forma di calcolo, e Cartesio,
che sviluppa l'idea di rappresentazione mediante simboli, appaiono primordiali
anticipatori dell'intelligenza artificiale. Ma è nel pensiero di Leibniz che ha
origine la metafora dell'uomo come macchina. Turing, invece, prefigura la
possibilità di una macchina che può fare tutto quello che fa l'uomo,
attraverso la manipolazione di simboli opportuni. L'idea che enfatizza il
rapporto uomo-macchina si concretizza, tuttavia, solo con la cibernetica di Wiener, che
pone le basi per una nuova dimensione della comunicazione. Il meccanicismo comunicativo
insito nella cibernetica e sottolineato da Breton sarà compiutamente elaborato
nella disciplina dell'intelligenza artificiale e nella scienza cognitiva.
L'intelligenza artificiale ha istituzionalizzato lo studio meccanicistico della mente
dell'uomo basato sulla nozione di elaborazione dei simboli; viene tuttavia criticata da
Dreyfus che, attraverso affermazioni tipiche della filosofia fenomenologica, nega la
possibilità di considerare l'uomo alla stregua di un dispositivo meccanico o
simbolico a causa delle caratteristiche ontologiche del comportamento umano. Altre
critiche di ordine metodologico e etico verranno da Weizenbaum, autore del programma
Eliza di intelligenza artificiale.
Il passaggio del computer a strumento di comunicazione viene individuato dall'autore
in "tre teorici visionari: Vannevar Bush, John Licklider, Douglas Engelbart" (p. 71).
Bush, con l'ipotesi operativa della macchina memex, basata sulla capacità
dell'associatività concettuale, contribuisce a dare la definizione di un
ipertesto. Licklider insiste sull'idea di simbiosi uomo-macchina, mentre Engelbart
elabora il concetto di potenziamento dell'intelletto umano come base per sviluppare
nuovi strumenti per lavorare con il computer. Questa evoluzione del computer porta
Engelbart a rappresentare l'istituzionalizzzione della capacità cognitiva umana
di utilizzare rappresentazioni simboliche astratte.
L'A. può così pervenire ad analizzare come il computer, dopo
l'evoluzione della sua dimensione concettuale, diventi mezzo di comunicazione che esce
dai gruppi sociali meramente scientifici per diffondersi in tutta la società.
Seguendo esplicitamente l'impostazione sociologica di Berger e Luckmann (il riferimento
è il loro classico La realtà come costruzione sociale [1966], trad. it.,
Bologna 2000), si propone di studiare la messa in opera del "processo di legittimazione
del computer" (p. 89). Indicativa in tal senso appare la controversia Edvac-Ace, che
esemplifica il rapporto tra potere e tecnologia del computer: Edvac e Ace sono due
rapporti sul modo di intendere il computer, opere rispettivamente di von Neumann e
Turing. Sintetizzando la descrizione che l'A. fa dei due rapporti, si può dire
che il primo è interessato al concetto di calcolo, il secondo a quello
più complesso di computazione. Il modello che ha la meglio è quello di
von Neumann, e l'A. spiega le motivazioni sociologiche di questo successo, che si
legano al fatto che von Neumann lavorasse negli USA, destinati a diventare centro
potere politico ed economico mondiale, e che il suo lavoro aveva un bacino maggiore di
utenti potenziali.
Nel periodo tra le due guerre mondiali, l'apparato militare è stato l'elemento
che ha permesso dal punto di vista finanziario e ideologico la messa in opera dei
processi di legittimazione del computer. Nell'immediato dopoguerra, questo ruolo
è svolto dall'apparato economico. Ma è l'idea della società
dell'informazione come controllo che ha permesso che il rapporto tra imprese e
tecnologie per il trattamento delle informazioni cominciasse a diventare proficuo e "la
retorica su terziarizzazione e tecnologie informatiche tipica del postindustriale ha
saldato definitivamente questo rapporto" (p. 114).
La parte conclusiva del libro è dedicata al caso Altair, ritenuto punto
d'origine dell'informatica di massa. Si trattava di un computer sviluppato alla fine
degli anni Sessanta da una piccola azienda di elettronica di consumo, la
MITS. Altair non aveva ancora le caratteristiche del personal computer: l'A. lo
definisce "artefatto sottoposto a flessibilità interpretativa, la cui chiusura
definitiva è rappresentata dall'Apple II di Steve Wozniack e dal personal
computer dell'IBM del 1981" (pp. 125-126).
Attraverso riferimenti puntuali e chiarimenti dei principali caratteri tecnici delle
tecnologie informatiche di cui si parla, questo libro consente al lettore di
comprendere i passaggi concettuali, sociali e storici che coinvolgono il computer
inteso come macchina tecnica e simbolica. Altresì ci ricorda la dimensione di
possibile costruzione sociale di qualsiasi elemento che compare nella realtà
umana: una dimensione ermeneutica che, accompagnando la riflessione, rende il nostro
pensiero più libero e talvolta riesce nella magia di rubare un sorriso mentre ci
svela il carattere contingente, contestuale e immaginativo di ciò che appariva
assoluto.
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Prefazione
I. Il computer tra tecnologia e società
II. Il computer da dispositivo scientifico a strumento di comunicazione
III. Il computer come forma del potere.
L'autore
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Davide Bennato è assegnista di ricerca presso la facoltà di
Scienze della Comunicazione dell'Università di Roma "La Sapienza". Tra i sui
testi si segnalano: Reti e processi comunicativi nella globalizzazione (1999),
Reti. Comunicazione e infrastruttura (2002) e Gli archivisti di Babele.
Privacy e informazione in rete (2002).
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maggio
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