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Fumaroli, Marc, L'età dell'eloquenza. Retorica e "res literaria" dal Rinascimento alle soglie dell'epoca classica.
Tr. it. di E. Bas, M. Botto e G. Cillario, Milano, Adelphi, (coll. Il ramo d'oro), Milano, 2002, pp. 843, Euro 60,00, ISBN 89-459-1708-8
(Ed. or.: L'Âge de l'éloquence. Réthorique et "res literaria" de la Renaissance au seuil de l'époque classique, Genève, Droz, 1980)

Recensione di Giovanni Damele - 12/09/2002

linguistica

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Che gli studi retorici abbiano vissuto, negli ultimi venti-trent'anni, un'autentica resurrezione è ormai opinione comune. Anche nel nostro paese è diventato meno insolito trovare sui banchi delle librerie testi che sulla copertina si fregiano del termine "retorica", il cui utilizzo è stato a lungo limitato alla sola accezione negativa del suo significato. Del resto, sono passati ormai centoventidue anni dal discorso all'Académie Française in cui Renan definiva la retorica "il solo errore" dei greci - già stigmatizzato, d'altronde, da altri autorevoli antichi greci -: in questo lasso di tempo si è potuto ben notare come questo "errore" non fosse privo di una qualche utilità. Sono così fioriti nuovi studi sulla retorica, con particolare dedizione a quella aristotelica, e perfino nuove retoriche e teorie dell'argomentazione, chiamate a tamponare le falle lasciate aperte dalla logica formale sullo scafo delle teorie del ragionamento.

Con minor rullare di tamburi, si sono anche avanzate nuove ricostruzioni storiche, focalizzate soprattutto - com'è inevitabile - sulla retorica classica, ma che non hanno tralasciato altri periodi fondamentali per la storia di questa disciplina. Su tutti meritano di essere citati gli studi di Cesare Vasoli sulla retorica umanistica italiana. Meno frequentata, almeno nella nostra lingua, è forse l'epoca barocca, epoca retorica par excellence nell'immaginario comune. A colmare parzialmente questa lacuna è venuta recentemente la traduzione (priva purtroppo della nutrita bibliografia), per i tipi di Adelphi, del monumentale studio che Marc Fumaroli ha dedicato alla retorica francese nel periodo, tanto delicato e fondamentale per la storia e la letteratura transalpine, a cavallo dei secoli XVI e XVII. Si tratta di un opera dalla mole impressionante, se si considera quanto limitati siano invece il lasso temporale e l'ambito geografico presi in considerazione, ma di lettura alquanto scorrevole. Un'opera nata da sé - per gemmazione, si potrebbe dire -, a partire dall'iniziale progetto di un'introduzione a un lavoro su Corneille e la tragedia classica francese, sul quale si sono via via stratificati, per otto anni, i diversi capitoli che hanno infine formato questo monumento della storia della letteratura e delle idee, dalla trama fittamente intessuta di nomi, citazioni, titoli di opere e date. In effetti, il periodo preso in esame dall'A. è cruciale per la storia della retorica transalpina.

Dalla metà del XVI secolo, infatti, anche la severa eloquenza gallicana veniva chiamata a fare i conti con il rinnovamento compiuto dagli umanisti italiani, il quale avevano liberato la retorica dalla precettistica e dalla manualistica medievali per ricondurla alle origini, da essi intese soprattutto come l'opera di Cicerone. Insomma, l'umanesimo italiano rappresentò l'inizio di una nuova stagione per l'antica ars bene dicendi, una nuova stagione per l'eloquenza politica e giudiziale e per quella religiosa, chiamata poi soprattutto a servire e diffondere la riforma tridentina. E non a caso, Fumaroli dedica l'intera seconda parte del suo libro alle dispute intorno alla retorica gesuitica, sviluppatesi in Francia nel XVII secolo tra gesuiti e gallicani. Se infatti la reale posta in gioco di queste dispute altro non era che la fiera volontà d'indipendenza della Chiesa francese, esse rappresentarono però anche il terreno di scontro tra diversi stili retorici, e l'affermazione della "sofistica sacra" dei predicatori della Compagnia di Gesù - cioè del tentativo, che ebbe nel predicatore gesuita di corte Louis Richeome uno dei suoi più convinti fautori, di applicare le regole della sofistica classica alla diffusione e alla difesa dell'ortodossia tridentina. La parte tuttavia più interessante dell'opera è, a mio avviso, quella dedicata alla retorica del Parlamento. Qui tra l'altro si delinea ancor meglio lo scontro-incontro fra la retorica ciceroniana degli umanisti italiani e la tradizione retorica dei magistrati francesi (lo stylus Parlamenti, secondo l'espressione di Guillaume du Breuil) assurta in questo periodo a modello privilegiato di eloquenza orale nel Regno di Francia.

È del 1621, infatti, l'affermazione di Étienne Binet secondo cui "oggi l'Eloquenza non compare che nei Parlamenti o dai pulpiti dove la impiegano i predicatori" (cit. a p. 502). In effetti, già nel XVI secolo Francesco Patrizi, riprendendo un argomento sostenuto da Quintiliano, notava come nelle società monarchiche l'eloquenza politica non trovasse spazi di sviluppo. Tuttavia, in Francia l'eloquenza orale non era privilegio esclusivo del clero: il Senato dei Romani trovava il proprio equivalente nell'istituzione anzitutto giudiziaria, ma anche politica dei Parlamenti, o almeno nella rappresentazione che i Parlamenti stessi davano di sé. L'eloquenza parlamentare si caratterizzava così come il principale elemento distintivo per un'élite aristocratica amministrativa, che aveva il suo apice nel Parquet del Parlamento di Parigi e che rivendicava la centralità del proprio ruolo non soltanto nei confronti della borghesia, ma anche nei confronti del Re, aspirando a riconquistare le prerogative dell'antica Curia regis o degli Stati generali. Era proprio sul terreno dell'eloquenza che questa partita (non potendo svolgersi in realtà su altri campi) veniva giocata, e la superiorità linguistica del Palazzo di San Luigi, sede del Parlamento, veniva rintracciata nel suo ruolo di mediazione tra il linguaggio grezzo del popolo e quello astratto e arido dei dotti, da una parte, e l'eloquenza leziosa e italianizzante della corte, dall'altra. Ora, si può pensare che per un'istituzione dal carattere eminentemente giuridico, la retorica ciceroniana costituisse il modello imprescindibile.

Per le particolari caratteristiche dell'istituzione francese dei Parlamenti e della storia giuridica francese, questo era invece ben lungi dall'essere un fatto ovvio e incontestato. La reintroduzione del diritto romano in Francia nel XII secolo, sotto l'influenza del diritto ecclesiastico, fece sì ricomparire la figura dell'avvocato, ma nella versione, appunto, del codice giustinianeo, assai differente da quella della Roma di Cicerone. Lo spazio di manovra di un avvocato nella Francia medievale era insomma decisamente più ristretto, ed egli era chiamato, tra l'altro, "a difendere solo cause giuste", delle quali era ritenuto personalmente responsabile. Era, insomma, "più il collaboratore del giudice, che il difensore del suo cliente" (pp. 508-9). Per quanto queste prescrizioni fossero andate nel corso dei secoli attenuando la loro originaria severità, esse contribuirono senz'altro a formare lo "Stile Parlamento" come uno stile "severo, nemico del lusso e del superfluo, assillato da ideali - in ultima analisi religiosi - di responsabilità e verità" (p. 510). In queste condizioni, lo stesso Cicerone, anziché apparire come un baluardo dell'atticismo contro la sofistica e il fiorito e ridondante stile retorico asiano, viene visto con sospetto, e la sua introduzione nel Parlamento avviene faticosamente e in maniera controversa. Uno dei motivi principali di tanto sospetto è, si noti bene, la considerazione del fatto che i giudici del Parlamento dovessero argomentare non di fronte al popolo, come Cicerone, ma di fronte a nobili consessi di dotti, i quali, per usare le parole di Jacques Faye d'Espeisses, trattano "di scienze concrete", e non di "opinioni" (cit. a p. 547).

Vale la pena, poi, di notare come le discussioni, tanto accuratamente riportate da Fumaroli, sulla definizione della retorica istituzionale del Parlamento, andassero di pari passo con la perdita di ogni prerogativa di governo da parte del Parlamento stesso, a vantaggio della corona. Soprattutto sotto il regno di Enrico IV il Parlamento, strettamente controllato dal Consiglio del Re, andrà infatti sempre più riducendo le proprie funzioni, limitandosi ad un ruolo strettamente giudiziario e dimostrativo, espletati nelle cosiddette Remonstrances d'ouverture, durante le quali, due volte all'anno, l'Avvocato generale o il Procuratore generale facevano "l'apologia della Parola di Giustizia" (p. 554) stigmatizzandone le deviazioni. Si trattava quindi di una istituzione tutta interna al mondo giuridico, che si era andata trasformando, nei secoli XVI e XVII, nell'occasione per veri e propri tornei di eloquenza, vetrine dello "Stile Parlamento", improntato a un atticismo nella versione di Pietro Ramo, nel quale la probatio prevale sull'ornatus: uno stile il cui modello, più che Cicerone, è Catone il Censore. In questo panorama, il dramma politico della guerra di religione tra i calvinisti e la Ligue costituì forse l'ultima occasione per i Parlamenti per affermare uno spazio per l'esercizio dell'eloquenza civica.

E la figura eminente in questa vicenda sarà Guillaume du Vair, il quale eserciterà sui banchi gigliati del Parquet di Parigi proprio nel momento in cui l'indebolimento del potere monarchico aprirà una breve stagione allo sviluppo di un'eloquenza deliberativa. Infatti, proprio du Vair sarà determinante, con la sua Suasion sul l'arrêt pour la Loi Salique (1593), per l'ascesa al trono di Enrico di Navarra. Parallelamente, du Vair traccerà il modello di una eloquenza istituzionale in lingua francese, sostituendo finalmente una retorica d'impronta senecana con una modellata sui classici di Demostene e Cicerone, magistrati e oratori. Dopo questa breve stagione, l'affermarsi dell'assolutismo monarchico confermerà l'antica convinzione di Quintiliano e in seguito di Patrizi, secondo la quale l'eloquenza civica (ed in ultima analisi la retorica) non può prosperare in un regime monocratico, e gli avvocati e i magistrati, con il ridursi degli spazi di partecipazione alla vita politica, si trasformeranno lentamente in semplici uomini di lettere. Del resto, proprio du Vair - pur riaffermando la sua fedeltà alla monarchia assoluta francese, la quale "ci ha in verità liberati dalle miserie [...] che sono proprie degli Stati popolari" - non poteva non notare, alla fine del Cinquecento, come la stessa monarchia assoluta avesse anche privato i francesi "del ruolo che potevano esercitare gli spiriti insigni nella trattazione degli affari" (cit. a p. 590).

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1.PRIMA PARTE - Roma e la disputa del ciceronianismo (1.1 Il "cielo delle idee" retorico; 1.2 Splendore e declino della prima Rinascita ciceroniana; 1.3 Il Concilio di Trento e la riforma dell'eloquenza sacra; 1.4 La seconda Rinascita "ciceroniana")

2.SECONDA PARTE - Dal molteplice all'uno: gli "stili gesuitici" (2.1 Gesuiti e gallicani: una rivalità oratoria; 2.2 I gesuiti francesi e la sofistica sacra (1601-1624); 2.3 Apogeo e crepuscolo della sofistica sacra; 2.4 Gli avversari gesuiti della "corruzione dell'eloquenza")

3.TERZA PARTE - "Lo stile di Parlamento" (3.1 Eloquenza parlamentare e Repubblica delle Lettere nel XVI secolo; 3.2 La magistratura oratoria del Palazzo (1560-1627); 3.3. La prima mediazione classica (1627-1642)) 4.Conclusione generale

L'autore Torna all'inizio

Nato a Marsiglia nel 1932, professore al Collège de France (dal 1986) e membro dell'Académie Française (dal 1995), Marc Fumaroli è critico e storico della letteratura, dell'arte e della civiltà europea. È membro dell'Accademia dei Lincei e Grande ufficiale dell'ordine della Repubblica Italiana. Fra i suoi saggi, segnaliamo, in traduzione italiana: Eroi e oratori, Retorica e drammaturgia nel Seicento (Il Mulino, 1990), Lo Stato culturale (Adelphi, 1993), La scuola del silenzio (Adelphi, 1995), Il Salotto, l'Accademia, la Lingua (Adelphi, 2001)

Links Torna all'inizio

Fleurs de rhétorique (l'histoire de la rhétorique de l'Antiquité à la rhétorique electronique)

Pagina personale di Fumaroli al College de France:

Pagina personale (e biografia) di Fumaroli all'Académie Française


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