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Benjamin, Walter, Infanzia berlinese attorno al millenovecento.
Einaudi, Torino, 2001, pp. 142, Euro 13,43.

Recensione di Ginevra Quadrio Curzio - 2/2/2002

filosofia teoretica (filosofia della storia)

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Con la pubblicazione di questo volume la casa editrice Einaudi rende per la prima volta accessibile al pubblico italiano la stesura definitiva di uno dei testi fondamentali del Walter Benjamin maturo, l'Infanzia berlinese attorno al Millenovecento. I destini editoriali di quest'opera sono indicativi della difficile condizione materiale e intellettuale di questo tra i più recepiti filosofi del primo novecento tedesco nell'ultimo decennio della sua vita. L'Infanzia berlinese fu scritta infatti per la prima volta attorno al 1932, e negli anni successivi, che Benjamin trascorse fuori dalla Germania, prevalentemente a Parigi e assillato da gravi e costanti difficoltà economiche, fu rifiutata da vari editori, tra cui Kiepenheuer e Reiss. Dopo la morte di Benjamin, quando Theodor W. Adorno nel 1950 (e poi nel 1955 per la prima edizione in due volumi degli Schriften) decise di pubblicarla, non era in grado di ricostruire quale fosse l'ordine definitivo da Benjamin dato ai vari brani del testo, che del resto, tra il 1932 e il 1938, aveva subito diverse e profonde rielaborazioni. La stesura definitiva fu ritrovata solo nel 1981 alla Bibliothéque Nationale di Parigi tra i manoscritti che Benjamin aveva affidato a Georges Bataille.

In un certo senso, forse ancor più del volume di aforismi Strada a senso unico (ora nel volume II dell'edizione degli Scritti di Walter Benjamin), l'Infanzia berlinese apre quella fase della produttività di Benjamin che culmina nel progetto rimasto frammentario del Passagenwerk, ossia quello di tracciare una mappa ideale e materiale del secolo XIX, ricostruirne l'origine come nel libro sul Dramma barocco tedesco (con il quale cercò invano di ottenere l'abilitazione alla libera docenza) aveva ricostruito l'origine del Barocco e del dramma quale sua forma artistica caratteristica. Nei ricordi d'infanzia di Benjamin, rampollo di una famiglia dell'alta borghesia ebraica berlinese, si coglie infatti un ultimo riflesso di quel mondo ottocentesco del Biedermeier, dell'agio borghese, dei tram a cavalli, dove il telefono è un'assoluta novità che occupa l'antro oscuro del corridoio e rivela ancora apertamente tutta la potenza magica di sopraffazione della tecnica, l'incapacità di dominare la quale si esprimerà tra l'altro nelle due guerre mondiali. Benjamin stesso in una lettera degli anni trenta parla del suo libro autobiografico come di una "storia originaria del secolo XIX specchiata nello sguardo del bambino che gioca alla sua soglia".

L'esperienza di Benjamin bambino nella Berlino a cavallo tra i due secoli è quella di una generazione che, cresciuta nell'astuccio protettivo dei sovraccarichi appartamenti borghesi, da cui il mondo esterno e la morte sembrano banditi per sempre, si troverà a combattere una prima guerra mondiale al termine della quale del mondo della sua infanzia non ci sarà più traccia. E infatti in tutti i brani che compongono questa come le altre versioni dell'Infanzia berlinese il basso continuo è costituito dalla malinconia e dal senso della fine. Non a caso - fa notare anche Th. W. Adorno - il pezzo conclusivo in tutte le versioni è quello dedicato all'Omino gobbo, figura beffarda della favola che incarna l'impossibilità di fare esperienza di compiutezza nella vita: "In cucina voglio andare,/ a scaldare il mio brodino;/ un omino con la gobba ahimè compare/ e mi rompe il pentolino". Le immagini dell'Infanzia - la Colonna della vittoria e la dispensa in cui il bambino fruga, la lontra allo zoo e le prime esperienze della povertà - non sono rievocazioni del passato in quanto tale, ma in quanto traccia del futuro. La concezione del tempo storico che è alla base di queste memorie d'infanzia è oggetto del fondamentale saggio di Peter Szondi Speranza nel passato (la cui traduzione in italiano si poteva trovare sinora in un numero di "aut aut" del 1982) pubblicato in appendice assieme a una breve nota di Theodor W. Adorno. In quanto basata proprio su quel meccanismo della rammemorazione che le Tesi sul concetto di storia metteranno in seguito al centro della storiografia materialista, l'Infanzia berlinese dunque è molto più di uno scritto autobiografico. Le istantanee in cui Benjamin coglie e ferma la vita della grande città al volgere del secolo quale essa appare agli occhi del bambino non sono impressioni soggettive, ma Denkbilder, immagini di pensiero in cui il materiale storico si raccoglie attorno al "vortice" della sua origine (nel senso specifico in cui Benjamin utilizza questo termine e che esclude qualsiasi significato causale), della oggettiva legge storica che in esso si rappresenta. In questo senso l'ultima stesura dell'Infanzia - rispetto anche a quelle precedenti - porta a perfezione quella concisione e quel laconismo che sembra quasi rinunciare all'interpretazione a favore della semplice esibizione del materiale storico. Questo procedimento, che Adorno fraintese come "meravigliata esposizione della nuda fatticità" nel saggio su Baudelaire, si fonda su quel particolare rapporto tra materiale empirico e idea nella filosofia di Benjamin che ritroviamo, cifrato, in uno dei brani dell'Infanzia, quello dedicato a Il calzino. Uno dei giochi preferito di Benjamin bambino era quello che consisteva nell'infilare la mano nei calzini arrotolati e rincalzati come piccole borse che trovava in un particolare armadio per afferrare il "regalo" che c'era all'interno e, tirandolo lentamente fuori, scoprire che né la borsa né il "regalo" esistevano più. Questa esperienza, dice Benjamin, gli "insegnò che forma e contenuto custodia e custodito sono la stessa cosa", ossia che l'idea e la verità non sono qualcos'altro rispetto al materiale storico-empirico, ma per così dire il suo rovescio - ossia quella traccia che nel materiale storico s'imprime come il sigillo nella ceralacca (per usare un'altra immagine, tratta dal saggio di Benjamin sulle Affinità elettive di Goethe).

La nuova traduzione di Enrico Ganni (che cura anche l'edizione degli Scritti di Walter Benjamin) riesce nel non facile compito di rendere, unendo immediatezza, semplicità e precisione, questo metodo della storiografia materialista per il quale la rappresentazione - e dunque lo stile - è essenziale. Sulla scia delle nuove edizioni critiche di singoli scritti di Benjamin, il testo è corredato anche di utilissime note e riporta in appendice i brani che dalla stesura definitiva furono esclusi.

Indice

Premessa. - Infanzia berlinese attorno al millenovecento. - Note. - Postfazione, di Th. W. Adorno. - Nota al testo, di R. Tiedemann. - Speranza nel passato. Su Walter Benjamin, di P. Szondi.

L'autore

Walter Benjamin, nato a Berlino nel 1892 da una benestante famiglia di ebrei assimilati e morto a Port Bou, sul confine franco-spagnolo, nel 1940 in fuga dalle truppe naziste, è stato tra i più complessi interpreti filosofici dell'epoca della Repubblica di Weimar e, più in generale, di quella crisi della modernità che sfocerà nella seconda guerra mondiale. Laureatosi con una tesi su Il Concetto di critica nel romanticismo tedesco (1920), Benjamin concentrerà presto la propria attenzione sull'interpretazione filosofica delle opere d'arte in quanto costrutti che mostrano una particolare affinità con quella verità in senso forte che egli considera inaccessibile all'intentio recta. Di questo studio sono rappresentativi il saggio sulle Affinità elettive di Goethe (1922) e il tentativo di abilitazione alla libera docenza sul Dramma barocco tedesco (1925). Dopo essere emigrato a Parigi comincerà a lavorare al grande progetto di una storia originaria della modernità, di cui fanno parte appunto l'Infanzia berlinese, il saggio su Baudelaire, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), le Tesi sul concetto di storia (1940) e i frammenti del Passagenwerk.

Links

www.wbenjamin.org/walterbenjamin.html



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